• 4 Giugno 2026 10:01

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Emissioni CO2 auto, come calcolarle

Giu 4, 2026

Nel contesto dell’attuale crisi climatica, la decarbonizzazione dei trasporti rappresenta una delle sfide più urgenti a livello globale. Il settore dei trasporti è responsabile di circa un quarto delle emissioni totali di gas a effetto serra (GHG) nell’Unione Europea, con il trasporto stradale che fa la parte del leone, incidendo per oltre il 70% di questa quota. In questo scenario, comprendere come calcolare le emissioni di anidride carbonica (CO2) dei veicoli non è solo un esercizio accademico, ma una necessità stringente per aziende, decisori politici e singoli cittadini.

Calcolare con precisione l’impronta carbonica di un veicolo permette di monitorare l’efficacia delle politiche ambientali, ottimizzare la logistica aziendale in ottica ESG (Environmental, Social, and Governance) e guidare i consumatori verso scelte d’acquisto più consapevoli. Tuttavia, il calcolo non è univoco: varia a seconda che si consideri solo il carburante bruciato durante la marcia o l’intero ciclo di vita del veicolo e del vettore energetico utilizzato. Questo approfondimento si propone di esplorare le diverse metodologie di calcolo, partendo dalla chimica di base dei combustibili fossili fino ad arrivare ai moderni standard di omologazione e agli approcci più olistici come il Life Cycle Assessment (LCA).

La chimica della combustione: il calcolo teorico basato sul consumo

Il metodo tradizionale per determinare la quantità di biossido di carbonio rilasciata da un veicolo a propulsione termica si basa su un principio chimico fondamentale. Quando un motore brucia idrocarburi come la benzina o il gasolio, gli atomi di carbonio presenti nel combustibile si legano con l’ossigeno presente nell’aria. Questo processo di ossidazione trasforma il carbonio in anidride carbonica, che viene poi espulsa dall’impianto di scarico del veicolo insieme ad altri residui e vapore acqueo.

Dal punto di vista puramente quantitativo, esiste un legame diretto e proporzionale tra il volume di carburante consumato e la massa di gas emessa. Poiché il carbonio si combina con l’ossigeno, il peso della molecola finale che si sprigiona nell’aria è significativamente superiore al peso del solo carburante liquido di partenza. Il gasolio, avendo una densità maggiore e una struttura molecolare leggermente diversa rispetto alla benzina, rilascia una quantità di anidride carbonica per singolo litro superiore rispetto a quest’ultima. Di conseguenza, per conoscere l’impatto di un viaggio su strada, il calcolo teorico richiede semplicemente di moltiplicare i litri totali di carburante consumati per un coefficiente fisso stabilito dai chimici per ciascun tipo di combustibile. Dividendo poi questo risultato per la distanza percorsa, si ottiene il valore medio di emissioni espresso in grammi per chilometro.

Emissioni CO2, l’evoluzione dei cicli di omologazione

I dati ufficiali relativi alle emissioni che i produttori dichiarano per i veicoli in commercio non derivano da stime teoriche, ma da test standardizzati condotti in ambienti di laboratorio altamente controllati. Per molti anni l’Unione Europea ha fatto affidamento su un sistema di test sviluppato alla fine del secolo scorso, caratterizzato da sessioni di guida estremamente blande, accelerazioni lente e velocità di punta ridotte. Questo vecchio schema si è rivelato nel tempo inadeguato, poiché creava un divario enorme tra i valori misurati sui rulli del laboratorio e il consumo reale registrato dagli automobilisti nell’uso quotidiano.

Per correggere questa discrepanza, i legislatori hanno introdotto una nuova procedura globale armonizzata, nota come ciclo WLTP. Questo standard moderno prevede simulazioni molto più realistiche e severe, che includono frenate frequenti, accelerazioni dinamiche, velocità massime superiori e una gestione termica che riproduce le reali condizioni stagionali. Inoltre, il nuovo calcolo tiene conto dell’impatto dei singoli optional installati sull’auto, come la presenza di cerchi in lega più grandi o del condizionatore, elementi che aumentano il peso e la resistenza aerodinamica modificando il risultato finale. Per blindare ulteriormente la precisione dei dati, i test in laboratorio vengono oggi integrati da prove su strada aperta al pubblico, eseguite installando apparecchiature di misurazione portatili direttamente sui tubi di scappamento delle vetture in movimento.

La differenza tra emissioni dirette e indirette del vettore energetico

Quando si valuta l’impatto ambientale di un veicolo, è fondamentale stabilire i confini dell’analisi energetica. Il metodo più comune si limita a misurare ciò che avviene tra il serbatoio e la ruota, concentrandosi esclusivamente sui gas emessi durante la marcia del mezzo. Se si adotta questa prospettiva, un veicolo elettrico risulterà sempre a zero emissioni, poiché la sua propulsione non genera alcuna combustione locale.

Per ottenere un quadro autentico, tuttavia, è necessario espandere l’orizzonte e includere nel calcolo anche la fase che va dalla fonte energetica originaria al serbatoio o alla batteria. Questo approccio globale permette di conteggiare l’anidride carbonica rilasciata durante l’estrazione del petrolio, la sua raffinazione in carburante e il trasporto verso le stazioni di servizio. Nel caso dell’energia elettrica, l’analisi si sposta sulle centrali di produzione. L’impronta ecologica di un chilometro percorso in elettrico dipenderà quindi dal mix energetico del paese in cui avviene la ricarica. Se l’energia proviene in prevalenza da fonti fossili come il carbone o il gas, il veicolo sarà indirettamente responsabile di una certa quota di emissioni, che risulterà invece quasi azzerata qualora la rete elettrica fosse alimentata interamente da fonti rinnovabili come l’idroelettrico, il solare o l’eolico.

La rendicontazione delle emissioni per le flotte aziendali

Il calcolo delle emissioni assume una rilevanza strategica all’interno del mondo aziendale, dove la gestione delle flotte commerciali richiede un monitoraggio rigoroso per soddisfare i requisiti normativi di sostenibilità. In questo ambito i flussi di anidride carbonica vengono suddivisi in macro-categorie standardizzate per evitare doppi conteggi e tracciare le responsabilità in modo chiaro.

La prima macro-categoria include le emissioni dirette, ovvero quelle generate direttamente dai veicoli che l’azienda possiede o gestisce tramite contratti di noleggio a lungo termine. Il calcolo in questo caso viene eseguito aggregando i dati di consumo totali dedotti dalle fatture dei carburanti e applicando i fattori di conversione aggiornati periodicamente dagli enti ambientali nazionali. La seconda macro-categoria riguarda invece le emissioni indirette legate alla catena del valore, come i viaggi di lavoro effettuati dai dipendenti tramite mezzi pubblici o vetture private, oppure i servizi di logistica affidati a trasportatori esterni.

Per questa seconda tipologia, le aziende non potendo accedere ai dati di consumo interni dei fornitori, si affidano a stime basate sulla distanza percorsa o sulle tonnellate di merce movimentate, traducendo le informazioni logistiche in equivalenti di anidride carbonica attraverso medie statistiche di settore.

La valutazione del ciclo di vita completo del veicolo

L’approccio più evoluto e omnicomprensivo per determinare l’impatto ambientale della mobilità è l’analisi del ciclo di vita, una metodologia che mappa l’impronta di carbonio di un mezzo di trasporto dalla sua nascita fino alla sua demolizione finale. Questo sistema supera la semplice misurazione dei consumi su strada e divide la storia del veicolo in grandi blocchi temporali connessi tra loro.

L’analisi comincia con l’estrazione delle materie prime necessarie alla costruzione, una fase che comporta un dispendio energetico notevole per la lavorazione dell’acciaio, dell’alluminio e, nel caso dei veicoli di ultima generazione, dei minerali rari necessari per la chimica delle batterie. Si passa poi alla fase di assemblaggio all’interno degli stabilimenti industriali, dove la richiesta di energia influisce sul bilancio ecologico iniziale del mezzo. Segue la lunga fase di utilizzo su strada, che rappresenta storicamente la voce di spesa ambientale più pesante per i veicoli tradizionali. Infine, l’algoritmo di calcolo prende in esame lo smantellamento e il fine vita del veicolo, calcolando le emissioni necessarie per riciclare i componenti e sottraendo dal totale i benefici ambientali derivanti dal riutilizzo dei metalli e delle materie seconde che rientrano nel circuito produttivo.

La misurazione del biossido di carbonio generato dai veicoli si presenta come un processo strutturato che richiede la comprensione di dinamiche chimiche, ingegneristiche e geografiche. Se per i mezzi dotati di motori tradizionali il calcolo basato sui litri di carburante bruciati offre un dato immediato e storicamente consolidato, la transizione verso l’elettrificazione e l’introduzione di vettori energetici alternativi come i biocarburanti impongono un cambio di paradigma.

Per supportare una reale transizione ecologica e fare scelte industriali o personali efficaci, non è più sufficiente guardare esclusivamente ai gas che escono dal tubo di scappamento. Diventa invece indispensabile adottare modelli di calcolo integrati capaci di considerare l’intero percorso dell’energia e i processi manifatturieri, garantendo la trasparenza necessaria per muoversi verso la neutralità climatica.

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