• 16 Aprile 2021 14:07

Corriere NET

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La meravigliosa e identitaria storia del basket in Indiana

Apr 3, 2021

Ci cadde, subito dopo la Seconda guerra mondiale, persino James Dean. Ritratto, in una serie di affascinanti fotografie, con occhialoni e la divisa da basket della Fairmount High School, di cui fu guardia di buon livello – dicono – per quattro anni. Bravo nel palleggio e nel tiro, non proseguì poi la sua carriera di cestista al college, Ucla a Los Angeles, perché in lui prevalse un’altra delle sue specialità, la voglia di fare l’attore. E il basket, quel basket, era comunque uno sport lento, poco conforme alla passione per la velocità che avrebbe portato Dean alla morte, in California, nel 1955, facendo di lui un mito prematuro nel mondo del cinema. Ma da buon ragazzo dell’Indiana Dean aveva preso presto in mano un pallone da basket, e la stalla degli zii a Fairmount, dove era stato mandato dal padre incapace di occuparsi di lui dopo la morte della moglie, era diventata addirittura la palestra in cui la sua squadra si allenava informalmente nei mesi estivi. Una storia identitaria e dunque meravigliosa, quella del basket nell’Indiana, e anche per questo non sorprende che quello che si sta concludendo sia stato un mese da record: in 33 giorni, tra 4 marzo e 5 aprile, nei confini statali si saranno giocate 169 partite ufficiali. Sessantasette del torneo universitario di basket (il celebre Torneo Ncaa), 60 del torneo statale di liceo, 30 dei tornei universitari maschili e femminili delle leghe chiamate Big Ten e Horizon League, sette del torneo di seconda divisione universitaria e cinque, infine, degli Indiana Pacers della Nba: le uniche non decisive, le uniche non a eliminazione diretta.

 

Saltata l’edizione 2020 e impossibilitata quest’anno a seguire la trafila classica con prima parte del tabellone organizzato in diverse località in giro per gli Usa, la Ncaa, che sovrintende allo sport universitario e che non casualmente ha sede proprio a Indianapolis, per il Torneo ha scelto l’Indiana per i suoi impianti, per la facilità di comunicazione anche stradale, per la situazione incoraggiante a livello Covid-19. E per la sua immensa tradizione, forgiata ormai in 127 anni di pallacanestro, da quella prima partita del 16 marzo 1894 a Crawfordsville, un paesino a metà strada tra Indianapolis e West Lafayette, nella parte centrale dello stato. A giocare, un gruppo di ragazzi ispirati da un certo Nicholas McCay, che a Springfield, nel Massachusetts, era stato allievo di James Naismith, l’inventore del basket solo due anni prima. Il nuovo sport conquistò rapidamente appassionati, per motivi geografici, sociali e culturali: in uno stato perlopiù agricolo, con tanti paesini e fattorie e un solo centro urbano relativamente grande, non c’era un numero di studenti sufficiente per mettere su squadre liceali di football, che invece dilagavano in regioni di industria pesante e città popolose come Pennsylvania, Michigan ed Ohio, di cui qui c’è traccia solo nell’estremo nordest, ad esempio a Gary (città natale di Michael Jackson) che è più nell’orbita di Chicago che in quella di Indianapolis.

 

Al contrario degli altri sport, a basket si poteva poi giocare al chiuso, e dunque in inverno, lasciando liberi i ragazzi di aiutare le famiglie con la semina in primavera e il raccolto in autunno. In più, ovviamente, bastavano un pallone e un canestro appeso al muro o alla fiancata della stalla per fare anche da soli. E pazienza se il fondo era irregolare e si doveva palleggiare poco e tirare molto: era un basket senza limite di tempo per il possesso palla o per il tiro, non c’era il concetto della corsa in palleggio o di altri sviluppi poi divenuti normali. Rivalità di fattoria, di paese, di scuole che poco alla volta cominciavano a radunare studenti, ed ecco già nel 1911 la nascita del torneo statale di liceo, che in assenza di squadre professionistiche dominò per decenni le pagine sportive dei quotidiani, costituendo per tutti gli adolescenti dell’Indiana l’obiettivo ultimo, il più importante. Andare al college poteva essere una conseguenza in più, ma il traguardo era partecipare al torneo statale, far parte di un piccolo gruppo di ragazzi che il venerdì sera scendeva sul parquet diventando la maggiore attrazione nel raggio di decine di chilometri. Nel buio e nel freddo degli inverni del Midwest, la palestra diventava letteralmente un raggio di luce, e anche per questo i paesini fecero a gara nel costruire impianti sempre più belli e accoglienti, spesso con capienza superiore al numero di residenti: come scrisse USA Today nel 2014, a un certo punto 15 delle 16 più grandi palestre del mondo sorgevano nell’Indiana, stato che è il 38° degli Stati Uniti per dimensioni e il 17° per popolazione.

 

Quando nel 1928 la piccola Butler University di Indianapolis progettò la costruzione di un nuovo impianto, la capienza iniziale venne aumentata da 10.000, che già parevano esagerati, a 15.000 perché il presidente dell’associazione sportiva liceale promise di farvi ospitare le finali statali per almeno un decennio: e mai decisione fu più azzeccata, perché per i successivi sessant’anni – altro che dieci – la Hinkle Fieldhouse ebbe il tutto esaurito, con carovane di genitori, parenti, amici e simpatizzanti che arrivavano dai posti più sperduti per assistere alle partite. Nessuna più memorabile di quella del 1954, tra la Milan High School e la Muncie Central, vinta per 32-30 dalla Milan (‘Mìlan’, al contrario del nome inglese della città di Milano, che è ‘Milàn’): il tiro decisivo di Bobby Plump sulla sirena è forse il ricordo sportivo più esaltante per almeno due generazioni di residenti, ascoltato per radio e raccontato di padre in figlio, soprattutto perché Milan aveva solo 161 studenti di cui 75 maschi rispetto agli oltre 1.000 della rivale. Il giorno dopo la finale, quasi 40.000 persone cercarono di raggiungere la piccola Milan per rendere omaggio alla squadra, alla cui impresa è ispirato il film del 1986 Colpo Vincente, con Gene Hackman.

 

Una Milan non può però più esserci: dal 1998 il torneo statale è suddiviso in quattro categorie basate sul numero di studenti, per cui la squadra di una scuola con 300 alunni non potrà mai affrontarne una con 3.000. Così – si ragionò – ogni anno quattro squadre diverse avrebbero potuto dirsi campioni: ma svanì l’incertezza, svanì il sogno e le grandi furono messe al riparo da umiliazioni (insomma, non è che il meccanismo di protezione agonistica ed economica delle big sottinteso nell’idea della Superlega europea sia poi così originale). Per fortuna il fascino locale resta, i canestri attaccati alla stalla o sul garage restano, e non per nulla l’Indiana nel corso degli anni ha mandato nella NBA 144 atleti, compresi gli immensi Oscar Robertson e Larry Bird, un numero molto superiore a California (416) e New York (411) in proporzione alla popolazione.

 

A Indianapolis, nella notte tra lunedì e martedì, si giocherà dunque la finale universitaria, a cui accederanno le vincenti delle semifinali Baylor-Houston (derby texano) e Ucla-Gonzaga (imbattuta), ma nel frattempo potrebbe esserci un altro cambiamento drammatico. La Corte Suprema infatti deve deliberare su una causa promossa alla Ncaa dagli atleti, che chiedono di essere pagati per la loro attività, con una serie di dettagli molto complessi e difficili da spiegare in breve. La giustificazione è che i college sfrutterebbero il dilettantismo dei giocatori per guadagnare miliardi di dollari in diritti televisivi, ad esempio. Gli atleti chiedono un parziale rimborso e la possibilità di sfruttare a fini commerciali le cosiddette Nil (name, image, likeness), insomma i diritti di immagine. Quasi impossibile tifare per la Ncaa, struttura simil-sovietica per pesantezza e bizantinismo legislativo, ma è anche facile scorgere nelle richieste degli atleti la distruttiva onda lunga della politica militante, della tattica del vittimismo e del piagnisteo attuata negli ultimi mesi, su altri fronti, dai loro colleghi professionisti: perché il valore medio della borsa di studio che permette ai giocatori di frequentare il college, nei quattro semifinalisti, varia tra i 13.000 e i 30.000 dollari per Ucla e Houston, università pubbliche, tra i 31.000 e i 51.000 per le altre due. Non fossero stati grandi atleti, molti l’iscrizione al college a debito zero se la sarebbero potuta scordare, e con un diploma in mano, spesso ottenuto senza faticare tanto quanto i loro coetanei meno famosi, si possono aprire loro le porte del mondo del lavoro, grazie anche agli ex studenti proprietari di aziende sempre disponibili ad assumere chi provenga dalla medesima università, forma americana di raccomandazione apparentemente più onesta delle altre. Meglio guardare allora il Torneo Ncaa, finché esiste ancora.

 

Ci cadde, subito dopo la Seconda guerra mondiale, persino James Dean. Ritratto, in una serie di affascinanti fotografie, con occhialoni e la divisa da basket della Fairmount High School, di cui fu guardia di buon livello – dicono – per quattro anni. Bravo nel palleggio e nel tiro, non proseguì poi la sua carriera di cestista al college, Ucla a Los Angeles, perché in lui prevalse un’altra delle sue specialità, la voglia di fare l’attore. E il basket, quel basket, era comunque uno sport lento, poco conforme alla passione per la velocità che avrebbe portato Dean alla morte, in California, nel 1955, facendo di lui un mito prematuro nel mondo del cinema. Ma da buon ragazzo dell’Indiana Dean aveva preso presto in mano un pallone da basket, e la stalla degli zii a Fairmount, dove era stato mandato dal padre incapace di occuparsi di lui dopo la morte della moglie, era diventata addirittura la palestra in cui la sua squadra si allenava informalmente nei mesi estivi. Una storia identitaria e dunque meravigliosa, quella del basket nell’Indiana, e anche per questo non sorprende che quello che si sta concludendo sia stato un mese da record: in 33 giorni, tra 4 marzo e 5 aprile, nei confini statali si saranno giocate 169 partite ufficiali. Sessantasette del torneo universitario di basket (il celebre Torneo Ncaa), 60 del torneo statale di liceo, 30 dei tornei universitari maschili e femminili delle leghe chiamate Big Ten e Horizon League, sette del torneo di seconda divisione universitaria e cinque, infine, degli Indiana Pacers della Nba: le uniche non decisive, le uniche non a eliminazione diretta.
 
Saltata l’edizione 2020 e impossibilitata quest’anno a seguire la trafila classica con prima parte del tabellone organizzato in diverse località in giro per gli Usa, la Ncaa, che sovrintende allo sport universitario e che non casualmente ha sede proprio a Indianapolis, per il Torneo ha scelto l’Indiana per i suoi impianti, per la facilità di comunicazione anche stradale, per la situazione incoraggiante a livello Covid-19. E per la sua immensa tradizione, forgiata ormai in 127 anni di pallacanestro, da quella prima partita del 16 marzo 1894 a Crawfordsville, un paesino a metà strada tra Indianapolis e West Lafayette, nella parte centrale dello stato. A giocare, un gruppo di ragazzi ispirati da un certo Nicholas McCay, che a Springfield, nel Massachusetts, era stato allievo di James Naismith, l’inventore del basket solo due anni prima. Il nuovo sport conquistò rapidamente appassionati, per motivi geografici, sociali e culturali: in uno stato perlopiù agricolo, con tanti paesini e fattorie e un solo centro urbano relativamente grande, non c’era un numero di studenti sufficiente per mettere su squadre liceali di football, che invece dilagavano in regioni di industria pesante e città popolose come Pennsylvania, Michigan ed Ohio, di cui qui c’è traccia solo nell’estremo nordest, ad esempio a Gary (città natale di Michael Jackson) che è più nell’orbita di Chicago che in quella di Indianapolis.
 
Al contrario degli altri sport, a basket si poteva poi giocare al chiuso, e dunque in inverno, lasciando liberi i ragazzi di aiutare le famiglie con la semina in primavera e il raccolto in autunno. In più, ovviamente, bastavano un pallone e un canestro appeso al muro o alla fiancata della stalla per fare anche da soli. E pazienza se il fondo era irregolare e si doveva palleggiare poco e tirare molto: era un basket senza limite di tempo per il possesso palla o per il tiro, non c’era il concetto della corsa in palleggio o di altri sviluppi poi divenuti normali. Rivalità di fattoria, di paese, di scuole che poco alla volta cominciavano a radunare studenti, ed ecco già nel 1911 la nascita del torneo statale di liceo, che in assenza di squadre professionistiche dominò per decenni le pagine sportive dei quotidiani, costituendo per tutti gli adolescenti dell’Indiana l’obiettivo ultimo, il più importante. Andare al college poteva essere una conseguenza in più, ma il traguardo era partecipare al torneo statale, far parte di un piccolo gruppo di ragazzi che il venerdì sera scendeva sul parquet diventando la maggiore attrazione nel raggio di decine di chilometri. Nel buio e nel freddo degli inverni del Midwest, la palestra diventava letteralmente un raggio di luce, e anche per questo i paesini fecero a gara nel costruire impianti sempre più belli e accoglienti, spesso con capienza superiore al numero di residenti: come scrisse USA Today nel 2014, a un certo punto 15 delle 16 più grandi palestre del mondo sorgevano nell’Indiana, stato che è il 38° degli Stati Uniti per dimensioni e il 17° per popolazione.
 
Quando nel 1928 la piccola Butler University di Indianapolis progettò la costruzione di un nuovo impianto, la capienza iniziale venne aumentata da 10.000, che già parevano esagerati, a 15.000 perché il presidente dell’associazione sportiva liceale promise di farvi ospitare le finali statali per almeno un decennio: e mai decisione fu più azzeccata, perché per i successivi sessant’anni – altro che dieci – la Hinkle Fieldhouse ebbe il tutto esaurito, con carovane di genitori, parenti, amici e simpatizzanti che arrivavano dai posti più sperduti per assistere alle partite. Nessuna più memorabile di quella del 1954, tra la Milan High School e la Muncie Central, vinta per 32-30 dalla Milan (‘Mìlan’, al contrario del nome inglese della città di Milano, che è ‘Milàn’): il tiro decisivo di Bobby Plump sulla sirena è forse il ricordo sportivo più esaltante per almeno due generazioni di residenti, ascoltato per radio e raccontato di padre in figlio, soprattutto perché Milan aveva solo 161 studenti di cui 75 maschi rispetto agli oltre 1.000 della rivale. Il giorno dopo la finale, quasi 40.000 persone cercarono di raggiungere la piccola Milan per rendere omaggio alla squadra, alla cui impresa è ispirato il film del 1986 Colpo Vincente, con Gene Hackman.
 
Una Milan non può però più esserci: dal 1998 il torneo statale è suddiviso in quattro categorie basate sul numero di studenti, per cui la squadra di una scuola con 300 alunni non potrà mai affrontarne una con 3.000. Così – si ragionò – ogni anno quattro squadre diverse avrebbero potuto dirsi campioni: ma svanì l’incertezza, svanì il sogno e le grandi furono messe al riparo da umiliazioni (insomma, non è che il meccanismo di protezione agonistica ed economica delle big sottinteso nell’idea della Superlega europea sia poi così originale). Per fortuna il fascino locale resta, i canestri attaccati alla stalla o sul garage restano, e non per nulla l’Indiana nel corso degli anni ha mandato nella NBA 144 atleti, compresi gli immensi Oscar Robertson e Larry Bird, un numero molto superiore a California (416) e New York (411) in proporzione alla popolazione.
 
A Indianapolis, nella notte tra lunedì e martedì, si giocherà dunque la finale universitaria, a cui accederanno le vincenti delle semifinali Baylor-Houston (derby texano) e Ucla-Gonzaga (imbattuta), ma nel frattempo potrebbe esserci un altro cambiamento drammatico. La Corte Suprema infatti deve deliberare su una causa promossa alla Ncaa dagli atleti, che chiedono di essere pagati per la loro attività, con una serie di dettagli molto complessi e difficili da spiegare in breve. La giustificazione è che i college sfrutterebbero il dilettantismo dei giocatori per guadagnare miliardi di dollari in diritti televisivi, ad esempio. Gli atleti chiedono un parziale rimborso e la possibilità di sfruttare a fini commerciali le cosiddette Nil (name, image, likeness), insomma i diritti di immagine. Quasi impossibile tifare per la Ncaa, struttura simil-sovietica per pesantezza e bizantinismo legislativo, ma è anche facile scorgere nelle richieste degli atleti la distruttiva onda lunga della politica militante, della tattica del vittimismo e del piagnisteo attuata negli ultimi mesi, su altri fronti, dai loro colleghi professionisti: perché il valore medio della borsa di studio che permette ai giocatori di frequentare il college, nei quattro semifinalisti, varia tra i 13.000 e i 30.000 dollari per Ucla e Houston, università pubbliche, tra i 31.000 e i 51.000 per le altre due. Non fossero stati grandi atleti, molti l’iscrizione al college a debito zero se la sarebbero potuta scordare, e con un diploma in mano, spesso ottenuto senza faticare tanto quanto i loro coetanei meno famosi, si possono aprire loro le porte del mondo del lavoro, grazie anche agli ex studenti proprietari di aziende sempre disponibili ad assumere chi provenga dalla medesima università, forma americana di raccomandazione apparentemente più onesta delle altre. Meglio guardare allora il Torneo Ncaa, finché esiste ancora.
 

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