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Finalmente in marcia (mentre l’Europa corre)

Nov 11, 2017

L’Universit italiana nell’Europa di domani, la giornata sul futuro dell’universit che si svolta ieri a Roma su iniziativa del Miur, ha costituito di fatto l’occasione per un bilancio di legislatura, anzi due, vista la stretta connessione tra i provvedimenti del 2008-2013 e quelli degli ultimi 4 anni. Quasi un decennio, insomma, segnato in tutto il mondo da una colossale crisi economica, e, nello specifico universitario del Paese, da significativi provvedimenti di riforma accompagnati da un netto calo delle risorse messe a disposizione del sistema universit e ricerca.

Il quadro che emerge dall’analisi sfida molti luoghi comuni sulle patologie croniche dei nostri atenei, per molti aspetti la punta avanzata della riforma della Pubblica amministrazione di cui sono parte integrante. Le universit hanno ormai metabolizzato i princpi dell’accreditamento e della valutazione, e soprattutto quello della distribuzione dei fondi basata in misura rilevante su parametri qualitativi. Interamente distribuito dieci anni fa su base storica, con una fortissima penalizzazione degli atenei piu giovani, o di quelli meno fortunati nel negoziato con la politica (il disagio era sfociato addirittura nella creazione di un “cartello” di universit che lamentavano, con buoni argomenti, questa sperequazione) oggi quasi la met del fondo di finanziamento ordinario (Ffo) dipende da parametri quali il costo standard per studente e la valutazione della qualit della ricerca.

Certo, questo mutamento di paradigma sarebbe stato decisamente pi facile se si fosse scelto di favorirlo con qualche investimento aggiuntivo, o, anche solo mantenendo costanti i finanziamenti. Cos, purtroppo, non stato. Dal picco massimo del 2009 a quello minimo del 2015 si perso per strada quasi il 12% del Ffo, oltre 900 milioni all’anno, pi della met dei quali (550 milioni), occorre ricordarlo, per il venir meno dopo un triennio dello stanziamento aggiuntivo deliberato nel 2007: doveva essere riservato a spese “di qualit” non ricorrenti, ma si permise quasi subito di esaurirlo con costi fissi di personale. Oggi il Ffo in risalita, anche le quote vincolate a iniziative ministeriali crescono pi di quelle affidate all’autonomia strategica degli atenei.

Eppure molti dati continuano a essere incoraggianti. Le immatricolazioni, fortemente colpite dalla crisi economica, sono in ripresa, seppure modesta; la produttivit scientifica resta alta; l’ultimo esercizio di Valutazione della qualit della ricerca, la Vqr 2011-14 che si conclusa l’anno scorso, attesta un livello complessivamente elevato anche nel confronto internazionale.

Il riferimento all’Europa nel titolo della giornata, nel segnalare un naturale quadro di riferimento, sconsiglia per entusiasmi eccessivi. La scarsa capacit di attrarre fondi europei, per esempio, continua a certificare un distacco imbarazzante. Se fuori di dubbio, infatti, che il sistema italiano si messo in cammino, i nostri vicini di casa hanno iniziato a correre, grazie a maggiori risorse, senza dubbio, ma anche a strategie innovative e coraggiose. L’iniziativa di eccellenza, che ha segnato una svolta decisiva nel sistema tedesco, sta dando dopo qualche anno i suoi frutti. La si voluta importare in qualche modo anche in Italia, ma parcellizzando le risorse, peraltro assai minori, su base dipartimentale, il che rende difficile sperare in risultati importanti a livello di sistema. In Francia, dove le aggregazioni tra atenei stanno favorendo la nascita (o rinascita, come nel caso della Sorbona), di grandi “campioni nazionali”, sta cadendo dopo quasi mezzo secolo il tab dell’ammissione libera, causa principale di abbandoni che superano la met degli iscritti, sostituita da un meccanismo di preparazione supplementare gi sperimentato con successo in molti atenei del Regno Unito.

Questi e altri esempi dimostrano che resta ancora molto da fare, sia sul fronte delle risorse che su quello delle regole. Qualche cosa, per la verit, sarebbe meglio non farla. Nel suo intervento la ministra Fedeli ha detto giustamente che non intende proporre nuovi meccanismi per il reclutamento dei docenti, non perch quello in vigore sia perfetto, ma perch l’accanimento terapeutico che spinge a cambiare le regole con eccessiva frequenza serve solo a stressare il sistema ( ovvio il parallelo con le leggi elettorali). Anche in materia di risorse buona norma valutare un modello di allocazione solo dopo un certo numero di anni anzich correggerlo ogni pochi mesi, spesso sull’onda di spinte politiche effimere.

La vera novit, questa s giustificata, il cambio di prospettiva in materia di diritto allo studio, dopo anni di lamentazioni retoriche cui non hanno fatto riscontro interventi incisivi. Aumenta il fondo per le borse, ma soprattutto si evita che l’esenzione dalle tasse a favore dei redditi meno abbienti si scarichi in modo imprevedibile e dannosissimo sui bilanci degli atenei, finora penalizzati solo perch accoglievano studenti che all’esenzione hanno diritto.

Alla prossima legislatura sarebbero consigliabili soprattutto una moratoria, e un cambio di prospettiva. Auspichiamo che i ministri a venire resistano alla tentazione di intestarsi nuove norme, limitandosi a favorire la crescita degli spazi di autonomia che le leggi gi consentono ma non sono ancora sfruttati a fondo, e lasciamo stare per qualche anno le tortuosit del reclutamento (le regole esistono, basterebbe farle rispettare). Concentriamo in compenso le energie sugli studenti: orientamento e accesso, finanziamento, distribuzione territoriale della rete universitaria, dimensionamento ideale delle sedi, percorsi di livello terziario differenziati e flessibili, residenze, aule, laboratori… Tutti temi tradizionalmente poco alla moda, e invece centrali in un progetto di rilancio dell’universit e del Paese.

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