A motori spenti, mentre i fumi dell’asfalto si diradano portandosi via le consuete illusioni domenicali, si presenta ai microfoni l’ottimo Frédéric Vasseur. L’uomo chiamato ad amministrare il perenne purgatorio di Maranello ci regala, puntuale, la sua omelia post-gara: d’altronde, ci saremmo sentiti quasi scippati se ci avesse privati di questa stanca liturgia.
Charles, il martirio adeguato
Un capolavoro di equilibrismo dialettico dove il “non detto”, come spesso accade in questo sport di silenziatori e megafoni, urla molto più delle parole stesse. Partiamo dalla strategia. «Partire con una vettura sulle Hard e l’altra sulle Soft era la scelta comune un po’ per tutti – chiarisce il manager francese, raccontando come Charles abbia realizzato un ottimo stint con Pirelli cerchiate di bianco.
«A un certo punto stavamo aspettando una Safety Car o una Virtual Safety Car. Prima della gara si diceva che ce ne sarebbero state almeno due, ma non è successo. Senza Safety Car, ci siamo dovuti accontentare del quarto posto». Tutto Meraviglioso. La Ferrari, massima espressione del blasone automobilistico, che affida le sue speranze di gloria alla statistica di un incidente altrui.
È la trasposizione sportiva di chi gioca i numeri ritardatari al lotto sperando di pagarci il mutuo. Il non detto, qui, è feroce e inequivocabile: non avevamo il passo per imporre la nostra legge, ergo ci siamo affidati al caos (organizzato?). E il caos, con la sua proverbiale ironia, ha deciso di prendersi un giorno di ferie. Di lasciare la Rossa con il cerino in mano. E a conti fatti, ha fatto bene.
A quel punto, al povero Leclerc non è rimasto che il martirio. «Non ha fatto un solo errore in 49 giri. Aveva gomme usurate, e ha spinto come un matto. Credo che abbiamo ottenuto il massimo possibile dalla situazione che si era creata. Se ci è mancato qualcosa questo weekend non è stato la domenica, ma probabilmente un po’ la qualifica di ieri».
Vasseur elogia il suo pilota, e fa senz’altro bene. Ma Charles Leclerc è stato condannato a spingere un masso su per la collina, a obbedire ciecamente ai tempi target dettati dal muretto, figli di una strategia inutile come una moneta da 3 euro. Una sofferenza adeguata, se parliamo di Charles, il novello Sisifo. Ma il sottotesto del caposquadra è un’elegante assoluzione plenaria per le menti pensanti al remote garage.
Il sabato che incide (negativamente)
Se Leclerc ha dovuto correre tre quarti di Gran Premio di Spagna in una posizione non sua (in testa alla gara), la colpa non è della strategia azzardata, ma del sabato opaco. Insomma: bravo ragazzo, ma se parti indietro poi non lamentarti se ti facciamo fare una gare del genere. A proposito di sabato, il Q3 sta assumendo per la Ferrari i contorni di una seduta psicanalitica.
«Eravamo lì in Q1 e Q2, il potenziale c’è, dobbiamo solo mettere a punto tutto per il Q3. Dobbiamo assolutamente fare un lavoro migliore in qualifica per capitalizzare poi la domenica». La Rossa pare affetta dalla sindrome dello studente modello che sa tutta la lezione, fa benissimo le prove a casa (le libere), supera agilmente gli scritti (Q1 e Q2) e poi, di fronte alla commissione finale (il Q3), balbetta.
Vasseur parla di “evoluzione del ritmo”, ma il non detto è che quando gli avversari girano la famosa manopola della potenza spremendo il materiale, a Maranello si accorgono che il serbatoio dei miracoli è già vuoto. Un classico scenario che partecipa sempre alla sceneggiatura della Ferrari.
Il solito guasto meccanico. Ancora…
Ma il vero capolavoro di umorismo involontario – o forse di tragica modernità – Vasseur lo raggiunge parlando dell’altra vettura, ritirata per un guasto ai freni. «Il pedale andava a vuoto ed è scattata la bandiera gialla. Abbiamo cercato di risolverlo dal muretto box, ma è successo di nuovo quattro o cinque giri dopo. Non aveva senso prendersi rischi folli…».
Qui tocchiamo vette di sublime commedia. Il pedale del freno di Lewis Hamilton che va a vuoto a trecento all’ora, l’incubo ancestrale di ogni pilota, trattato come un banale glitch del computer. Abbiamo cercato di risolverlo dal muretto. Immaginiamo questi solerti ingegneri, curvi sui monitor, che premono l’equivalente di Ctrl+Alt+Canc sperando che le pinze tornino per magia a mordere il carbonio.
Il non detto? La macchina stava per trasformarsi in un proiettile impazzito, e per fortuna il buon senso della ritirata ha prevalso sull’eroismo da tastiera. Un epilogo amaro. Non necessario se la meccanica della Rossa avesse un controllo diverso, fattuale.
L’anno che verrà? Ferrari ci pensa
Infine, l’inevitabile e ottima chiusa, possiamo dire. Il grande classico, insomma. Il refrain che ogni ferrarista si sente ripetere da tempo immemore. «Non fermeremo lo sviluppo… l’ottanta per cento degli aggiornamenti sviluppo che facciamo ora sarà trasferito sulla vettura del prossimo anno». L’anno prossimo. La terra promessa.
Cosa sappiamo già? L’auto futura sta nascendo sulle ceneri di questo mondiale. Ma la “rassicurazione” di Vasseur nasconde un malinconico dato di fatto: per quest’anno la festa è finita da un pezzo. I GP che restano non sono più gare, ma lunghissime, e costose sessioni di test in diretta mondiale. Sperando, si intende, che almeno nel 2026 le Safety Car arrivino puntuali come previsto dai potenti calcolatori.