Alla Statale, nel 1968, una Jaguar 4200 avrebbe dovuto farsi notare eccome. Giorgio Gaber ci arrivava per andare a prendere Ombretta Colli dopo le lezioni di russo e cinese, peccato che i ragazzi dell’università se ne fregassero. Sentiva di avere tra le mani una “macchina da cantante di successo”, ma in pochi sembravano riconoscerglielo. “Non gliene fregava niente a nessuno che io avessi una Jaguar”, avrebbe raccontato. La faccenda lo mise in crisi.
Stasera, martedì 18 agosto, Rai 3 riporta Gaber in televisione alle 21.20 con Io, noi e Gaber, il documentario di Riccardo Milani dove immagini e persone a lui vicine riesplorano il mito. Riappaiono la Milano dei primi concerti e Jannacci, prima che Gaber lasciasse progressivamente la televisione per lavorare in teatro. Non un cambio di palco: fu lì che prese forma il Signor G.
Una macchina da cantante di successo
La Jaguar finì per intrecciarsi al cambiamento personale. Gaber aveva già ottenuto la fama e i bei guadagni gli permettevano di concedersi un’auto riservata a pochi, eppure, l’indifferenza di un gruppo di studenti fece vacillare le fragili certezze. Ai loro occhi, il valore di una persona dipendeva dalle idee anziché dal denaro e dagli oggetti posseduti, così Gaber si ritrovò quasi dalla parte sbagliata a bordo della sua vettura, ancora intento a capire come ci fosse finito.
Quando ormai la carriera televisiva sembrava al sicuro, la contestazione lo buttò giù dal letto. Le canzoni piacevano e il pubblico lo riconosceva: avrebbe potuto vivere di rendita a lungo negli studi Rai e, invece, quella prigione dorata cominciò a soffocarlo. Il teatro gli concedeva il tempo necessario per portare un pensiero fino in fondo, senza comprimerlo nei pochi minuti di un’esibizione televisiva, e allora con Sandro Luporini inventò il Teatro Canzone: l’automobile, persino da ferma, costringeva a guardarsi dentro.
La televisione cominciò a stargli stretta
Il 1968 portò anche Torpedo Blu, dove la macchina faceva da protesi all’ego del protagonista. Per conquistare una ragazza, l’uomo della canzone si affidava a una sportiva dall’aria giovanile e sperava di riceverne in prestito almeno una parte del fascino. Sulla copertina del disco compariva una Fiat 514 Torpedo, successivamente acquistata davvero da Gaber, e non era quindi un semplice oggetto di scena: a un certo punto entrò nel suo garage.
Quattro anni più tardi, il corteggiamento lasciò spazio a una specie di autopsia. In Dialogo tra un impegnato e un non so comparve il monologo La macchina, nel quale prendeva una vettura nuova di serie e la smontava a parole, pur senza sollevare il cofano. Il motore aveva ricevuto l’ultimo tagliando e la vernice era lucida: Gaber si spingeva fino al cambio a cloche e al portacenere.
A forza di seguire la mano del proprietario nell’abitacolo, l’auto perdeva poco alla volta la funzione di mezzo di trasporto e prendeva il suo posto. Il graffio sulla carrozzeria finiva quasi per aprirsi sulla pelle dell’uomo, tanto stretto era diventato il rapporto tra i due. Gaber conosceva bene il meccanismo, perché anni addietro aveva affidato alla Jaguar il compito di rendere visibile il successo raggiunto.