Un secondo e un quarto posto non possono soddisfare chi ha come obiettivo la vittoria. Anche per questo il rammarico è fisiologico: guardare gli avversari trionfare non rientra nel DNA di un team di Formula 1. Tuttavia, ad Austin, diciottesimo round stagionale, la Ferrari ha concretizzato un ottimo lavoro. Poteva fare di più? Sì. Ma il risultato è chiaramente molto buono.
Ferrari: i soliti limiti strutturali
Il primo deficit è emerso in qualifica. Girare in Q3 con tempi superiori alla Q2 certifica un’anomalia. Uno dei fattori limitanti, ancora una volta, riguarda le coperture. Un elemento della monoposto che molto spesso innesca le crisi prestazionali della SF-26. L’equilibrio termico deve essere gestito con molta precisione: una piccola differenza di un paio di gradi, infatti, disperde grip e di riflesso il rendimento.
Questa situazione richiede interventi mirati? Si e no. Il progetto tecnico di base del Cavallino mostra un tratto distintivo cronico nell’amministrazione delle mescole: la difficoltà di centrare la finestra operativa e mantenerla per l’intero giro. Un qualcosa che difficilmente si può correggere nell’arco di una stagione. Risultato? Partire arretrati penalizza l’economia della gara, a prescindere dalle dinamiche del primo giro.
Va poi menzionata un’altra criticità su cui a stretto giro non c’è soluzione: la power unit. Un deficit congenito che nemmeno le deroghe FIA tramite l’ADUO hanno lenito. Un fardello che incide ogni fine settimana. L’attesa di riscatto è per la prossima stagione, dove l’unità motrice manterrà un peso specifico determinante. C’è infine un ultimo fattore su cui Lewis Hamilton si è speso apertamente: il setup.
Ferrari: con una messa a punto corretta Lewis andava a podio
La relazione tra meccanica aerodinamica di una vettura di Formula 1 dettano il ritmo. Se il bilanciamento non è corretto, estrarre il massimo potenziale è impossibile. E non si tratta del solo setup di base deliberato al simulatore, in fabbrica, ma delle micro-regolazioni in pista durante weekend. “Dettagli” che non fanno da contorno, ma generano il delta prestazionale di cui sopra.
Il podio mancato dalla vettura numero 44 nasce proprio qui. Nei primi due stint, un forte sottosterzo ha limitato pesantemente l’handling di Hamilton. La sua SF-26 faticava nella rotazione a centro curva. Dal muretto sono arrivate diverse correzioni su differenziale e freno motore, incapaci però di compensare le carenze. L’inversione di tendenza si è registrata solo nell’ultimo terzo di gara con poca benzina a bordo.
Mancare la finestra di setup iniziale pesa parecchio sul risultato, soprattutto perché il passo gara, come confermato dall’ottimi rendimento di Charles Leclerc, certificava le Rosse come seconda forza in pista ad Austin. Il sette volte iridato non usa filtri: ha ammesso con lucidità un limite operativo su cui lui e gli ingegneri non sono riusciti a incidere in tempo.
Vasseur e il team: sviluppi centrati
Un plauso va alla gestione di Vasseur e all’efficacia degli aggiornamenti. Il team principal è apparso analitico nelle dichiarazioni. Ha evidenziato come la Virtual Safety Car nel finale abbia compromesso la rincorsa di Hamilton, ma senza cercare alibi, rispondendo semplicemente a una domanda. La sua insoddisfazione a fine gara, pur a fronte di un bottino solido, testimonia un corretto approccio agonistico.
Alta la valutazione sul pacchetto di update. Deliberare uno sviluppo e validarlo subito in pista è un esercizio complesso in questa Formula 1. Chiedere a Mercedes per le conferme. La strada intrapresa su pance e fondo della SF-26 ha restituito i riscontri attesi. Ora l’attenzione si sposta sul Messico: un layout critico, dove aria rarefatta, smaltimento termico della PU e massima efficienza aerodinamica saranno decisivi.