• 13 Agosto 2026 18:40

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Si utilizza sempre meno petrolio: come domanda e scorte influiscono sulle previsioni

Ago 13, 2026

Il prezzo del petrolio continua a muoversi su un terreno instabile, sospeso tra segnali contrastanti che rendono difficile immaginare una direzione chiara nel breve periodo. Da un lato pesa un forte aumento delle scorte statunitensi, arrivato in modo del tutto inatteso rispetto alle previsioni degli analisti. Dall’altro si fanno sempre più insistenti gli allarmi sulla domanda globale, tagliata al ribasso per il quarto mese consecutivo dall’OPEC. Un mix di fattori che nelle ultime sedute ha spinto sia il Brent che il WTI verso il basso, interrompendo la serie di rialzi registrata nei giorni precedenti.

L’America aumenta le scorte

Il dato che ha sorpreso maggiormente il mercato riguarda proprio gli Stati Uniti. Nella settimana conclusasi il 7 agosto, le scorte di greggio a stelle e strisce sono cresciute di 17,4 milioni di barili, portandosi a quota 424,4 milioni: il livello più alto dallo scorso 5 giugno, oltre che il maggior incremento settimanale registrato dal gennaio 2023. Un numero enorme se paragonato alle attese degli operatori interpellati da Reuters, che si aspettavano al contrario un calo di circa 1,4 milioni di barili. Quando le scorte crescono più del previsto, il messaggio che arriva al mercato è chiaro: c’è più greggio disponibile di quanto si pensasse, e questo tende naturalmente a mettere pressione sui prezzi. Da segnalare, in parallelo, anche la situazione della Riserva Strategica di Petrolio americana, scesa sotto i 300 milioni di barili per la prima volta da oltre quarant’anni, dopo il rilascio di 172 milioni di barili ordinato dal presidente Trump in risposta al blocco delle esportazioni iraniane attraverso lo Stretto di Hormuz avvenuto lo scorso marzo.

Prospettive sui consumi in calo

Se l’aumento delle scorte racconta una parte della storia, l’altra arriva dalle stime sulla domanda futura, e non è certo più rassicurante. Nel suo report mensile, l’OPEC ha rivisto al ribasso le previsioni di crescita della domanda mondiale di petrolio per il 2026, portandole a 580.000 barili al giorno. Sulla stessa lunghezza d’onda si muove anche l’Agenzia Internazionale dell’Energia, che nel suo ultimo rapporto ha stimato una contrazione dei consumi globali di 1,6 milioni di barili al giorno per l’intero anno. Tra le cause principali di questo rallentamento ci sono i prezzi dei carburanti rimasti elevati per gran parte dell’anno, insieme alle interruzioni nell’offerta che hanno fatto seguito alla guerra tra Stati Uniti e Iran, capaci di scoraggiare parte dei consumi in diverse aree del pianeta. Un quadro che, se confermato nei prossimi mesi, rischia di pesare ulteriormente sulle quotazioni internazionali del greggio, già reduci da un percorso piuttosto turbolento: dopo aver toccato un massimo di quasi 120 dollari al barile nel marzo scorso, proprio all’indomani del conflitto in Medio Oriente, il Brent è arrivato a scendere fino a circa 67 dollari a luglio, per poi risalire parzialmente nelle settimane successive.

La scarsa offerta tiene alto il prezzo

Eppure, nonostante i segnali di debolezza sul fronte della domanda, non tutto racconta di un mercato destinato a un crollo lineare dei prezzi. L’Agenzia Internazionale dell’Energia, pur confermando il calo dei consumi (c’è addirittura che preferisce usare il cavallo), evidenzia come le scorte globali si stiano assottigliando a un ritmo più che doppio rispetto alle stime precedenti, proprio a causa della ripresa delle tensioni legate all’Iran. Il mercato, secondo l’Agenzia, si troverebbe di fronte a una carenza stimata in 1,8 milioni di barili al giorno, con le rinnovate ostilità e le difficoltà nella navigazione attorno allo Stretto di Hormuz che continuano a frenare il pieno recupero della produzione. Per il 2026 nel suo complesso, il deficit tra domanda e offerta rischia così di rivelarsi il più ampio degli ultimi cinque anni, un elemento che tiene viva la possibilità di nuovi rialzi improvvisi qualora la situazione geopolitica dovesse peggiorare ulteriormente. È proprio questo equilibrio precario, tra un’offerta ancora fragile e una domanda in rallentamento, a rendere così incerte le previsioni sul greggio nelle prossime settimane, con conseguenze che difficilmente tarderanno a farsi sentire anche sui listini dei carburanti alla pompa.

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