Il disastroso weekend della Ferrari a Budapest smaschera la retorica di Vasseur sulla tanto decantata “perfetta esecuzione”. Tra l’incapacità di trovare il setup per la SF-26 e le scelte strategiche deleterie al muretto, Maranello ha gettato al vento l’opportunità di dominare. In vista di Zandvoort servono meno alibi e molta più concretezza, per curare un’agonia tecnica denunciata dallo stesso Leclerc.
Ferrari: l’ottima esecuzione esiste solo nelle chiacchiere di Vasseur
Una disfatta su tutta la linea: non c’é altra formula per riassumere la trasferta magiara della Rossa. È bastato mezzo giro di pista perché l’intera impalcatura del Gran Premio rovinasse miseramente al suolo. L’esame di coscienza che ne consegue non può e non deve ammettere sconti, se si considera che il mandato della scuderia di Maranello era uno e inequivocabile: imporre la propria legge sul fine settimana.
I crismi per una marcia trionfale erano presenti, a una sola e ovvia condizione: che le direttive venissero eseguite con il necessario rigore. E invece? Invece il nulla. Da quando officia al timone di Maranello, il buon Vasseur coltiva con ostinata dedizione i propri personalissimi tormentoni. Quello che va per la maggiore in questo 2026 è, per l’appunto, il mantra della “perfetta esecuzione”.
Una nenia sulla quale non ci sentiremmo nemmeno di dargli torto, in linea di massima, purché non si riduca a un mero esercizio retorico. Ebbene: ieri, per non parlare della qualifica al sabato pomeriggio, della tanto scanzonata perfezione esecutiva non si è vista nemmeno l’ombra: l’asfalto, giudice supremo e sempre inappellabile, si è incaricato di certificarne la totale assenza.
Ferrari sprofonda nei soliti difetti
A conti fatti, si potrebbe persino sostenere che Budapest sia stata ostile con la Ferrari. Sarebbe, tuttavia, un comodo e pietoso alibi: la cruda verità è che Maranello, assai più banalmente, ha smarrito la facoltà di comprendere se stessa. Sì perché la SF-26 celava nel proprio grembo un potenziale notevole. Un bagliore che il venerdì aveva illuso i fedeli, per poi spegnersi tra le pieghe del toboga ungherese.
La spiegazione di questa metamorfosi è semplice: incapacità di tracciare una rotta coerente sulla messa a punto. Si sono visti innumerevoli tentativi, molti dei quali ineccepibili, che hanno partorito, però, il classico pugno di mosche verso la necessità dello step in avanti. Un quadro che definire desolante è un puro atto di clemenza. Se non altro, Lewis è quasi riuscito nell’intento di arpionare la pole position.
Un’agognata partenza dal palo vanificata da un paio di sbavature fatali in Q3. Charles, per contro, è sprofondato in quell’apatia rassegnata, tipica di chi sa bene di non riuscire a padroneggiare la sua vettura. Un canovaccio che si è riproposto pure la domenica, dove il monegasco ha vagato per la pista senza mai trovare il ritmo, incapace di impensierire nessuno tranne che se stesso.
Il tutto si è consumato sotto lo sguardo imperturbabile e bovino dei notabili al muretto, ancora una volta impermeabili a tale agonia tecnica. Finché non è toccato allo stesso Charles Leclerc, gracchiando via radio, l’ingrato compito di squarciare il velo su una realtà che a Maranello, per ostinata cecità, ci si rifiutava di vedere. Quel famoso “quale ritmo” che da solo spiega il weekend. Signori, il quadro è completo.
Serve un approccio più efficiente
Resta poi il capitolo inerente la mera strategia: scelte inappropriate, eccessive e dolorosamente aleatorie. Basti citare le Pirelli a banda rossa opzionate al via e il reiterato tentativo di undercut da parte di Lewis Hamilton finito miseramente in malora. E come tacere sulla geniale alzata d’ingegno nel richiamare le vetture ai box in regime di doppia bandiera gialla, a sole nove tornate dal traguardo. Insomma.
Una sequela di mosse che ha cospirato verso un epilogo avvilente. La Ferrari poteva vincere; poteva, e doveva, accorciare in classifica sulla Mercedes. E se non lo ha fatto è solo per sue esclusive ed evidenti colpe che non possono essere giustificate con la sola delusione espressa dai protagonisti davanti alle telecamere, condite da promesse di stare più attenti in futuro.
Ora la Rossa è attesa da tre settimane di purgatorio e riflessione prima di sbarcare a Zandvoort, dove i tratti distintivi della SF-26 (a questo punto il condizionale è d’obbligo) dovrebbero nuovamente sposarsi con le caratteristiche del tracciato. A patto, si spera, che a qualcuno non venga la malaugurata idea di decantare ancora la storiella dell’ottima esecuzione del weekend.