• 22 Giugno 2026 17:41

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I cinesi esportano le fabbriche, la nuova strategia pensata per l’Europa

Giu 22, 2026

Per anni, la presenza dei marchi cinesi in Europa è stata misurata esclusivamente attraverso il numero di veicoli che sbarcavano dai cargo nei grandi porti continentali. Oggi, però, lo scenario globale è radicalmente cambiato: i costruttori della Repubblica Popolare sono entrati nella seconda fase della loro espansione, che non mira più soltanto a vendere prodotti “made in China”, ma a costruire fabbriche direttamente nel cuore dell’Europa. Questa strategia rappresenta un punto di svolta che punta a esportare non solo vetture, ma un intero modello industriale caratterizzato da processi snelli e tempi di sviluppo rapidissimi.

Le motivazioni del cambio di rotta

Le ragioni che spingono Pechino a investire in stabilimenti europei sono molteplici e di natura squisitamente strategica. In primo luogo, produrre localmente permette di aggirare i pesanti dazi doganali imposti dall’Unione Europea sulle auto elettriche d’importazione. La pressione fiscale sulle vetture prodotte oltreoceano rende infatti difficile mantenere quei prezzi competitivi che hanno decretato il successo iniziale di marchi come BYD o MG.

In secondo luogo, pesano i costi logistici. Trasportare oggetti pesanti e ingombranti come le automobili dalla Cina all’Europa ha un costo per singola unità che diventa insostenibile una volta superata una certa soglia di vendite. Produrre dove si vende consente di eliminare le lunghe tratte navali e di rispondere più velocemente alle variazioni della domanda di un mercato che resta tra i più ricchi al mondo. Infine, la debolezza della domanda interna in Cina spinge i produttori a cercare nuovi sbocchi dove i margini di profitto sono potenzialmente più elevati.

La nuova geografia dell’auto cinese in Europa

La Spagna è attualmente la destinazione più ambita grazie a infrastrutture moderne e un costo dell’energia tra i più bassi del continente. Chery ha già riattivato l’ex fabbrica Nissan di Barcellona, mentre Leapmotor ha scelto Saragozza e Geely sta valutando l’acquisizione di parte dello stabilimento Ford di Valencia. Anche l’Ungheria gioca un ruolo di primo piano: BYD è già operativa a Szeged con la produzione della Dolphin. In Italia, l’attenzione è rivolta a Cassino, dove gli stabilimenti Stellantis sono finiti nel mirino di BYD e Dongfeng, nonostante le smentite ufficiali sulla vendita dei siti.

Vere fabbriche o centri di assemblaggio?

Esiste tuttavia un’incognita sulla natura di questi impianti. Molti analisti prevedono una strategia graduale: in una fase iniziale, gli stabilimenti potrebbero fungere da semplici centri di assemblaggio di componenti pre-prodotti in Cina. Solo in un secondo momento, con l’aumento dei volumi, i fornitori europei verrebbero integrati nella filiera.

Per rispondere a questa sfida e proteggere la componentistica locale, la Commissione Europea ha proposto l’Industrial Accelerator Act. Questo regolamento introduce vincoli stringenti per ottenere incentivi, richiedendo che almeno il 70% dei componenti non legati alla batteria sia prodotto nell’Unione Europea e imponendo obblighi di joint-venture e assunzioni locali per investimenti superiori ai 100 milioni di euro.

Un bivio per l’industria europea

L’arrivo delle fabbriche cinesi è un’arma a doppio taglio. Da un lato, rappresenta un’opportunità per salvare siti produttivi destinati alla chiusura e creare nuovi posti di lavoro. Dall’altro, costituisce un rischio sistemico per la competitività dei costruttori europei, che potrebbero trovarsi schiacciati da un modello produttivo più efficiente e flessibile operante sotto casa loro. Il successo di questa “invasione industriale” dipenderà dalla capacità dell’Europa di integrare queste nuove realtà senza smantellare la propria storica rete di fornitura.

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