Non avevano saputo fare di peggio nemmeno gli anni Settanta. Stando a quanto segnala il rapporto mensile dell’Agenzia Internazionale per l’Energia (IEA), la domanda globale di petrolio si appresta a subire il calo più drastico dai tempi della pandemia di Covid-19. Sul settore pesava allora il lockdown, mentre oggi fa sentire tutti i suoi effetti la cosiddetta “distruzione della domanda”: la scarsità di greggio fa schizzare i prezzi verso l’alto e i consumi crollano giocoforza.
Il crollo degli ultimi mesi
L’epicentro del problema risiede nel blocco dello Stretto di Hormuz. Conseguentemente alla guerra in Iran, il principale polmone energetico del pianeta (da qui transita il 20% del greggio mondiale) ha finito per essere un collo di bottiglia invalicabile e determinare la situazione attuale, definita senza mezza termini dall’IEA “la più grave interruzione della storia”. Le cifre condivise dall’agenzia fotografano un ribaltamento rispetto alle stime di soli pochi mesi fa, quando gli analisti prevedevano una crescita della domanda di 640.000 barili al giorno (bpd), mentre oggi stimano una contrazione di 80.000 bpd. Eppure, il peggio dovrebbe ancora venire: nel 2026 la produzione mondiale sembra destinata a un calo di ben 1,5 milioni di bpd, contro l’aumento precedentemente ipotizzato.
Ogni volta che l’automobilista si ferma alla stazione di servizio nota subito il divario tra i titoli dei giornali e il costo alla pompa. Mentre i futures sul Brent (il benchmark finanziario) oscillano ancora intorno ai 100-120 dollari al barile, la realtà dei mercati fisici è molto più brutale. Come rivela l’IEA, i prezzi spot – ovvero il costo reale dei barili scambiati fisicamente — hanno toccato punte di 150 dollari. In un bacino di approvvigionamento sempre più stringente, i Paesi importatori concorrono tra loro in una frenetica caccia all’oro nero per accaparrarsi le forniture residue, pagando premi altissimi al fine di garantire la continuità dei servizi essenziali.
Prospettiva horror
Attualmente, il maggior taglio dei consumi ha riguardato il Medio Oriente e l’area Asia-Pacifico, mentre i settori più colpiti sono quelli della nafta, del GPL e, inevitabilmente, del carburante per aerei (tanto da aver già provocato la momentanea restrizione di quattro aeroporti in Italia). Tuttavia, l’IEA avverte che la distruzione della domanda è destinata a diffondersi in modo capillare. Gli effetti sull’utente finale non tarderanno a farsi sentire con un rincaro dei carburanti per l’auto privata, seguito da un aumento a cascata su tutti i beni di consumo trasportati su gomma o via mare. Di fronte alla prospettiva di una scarsità generalizzata, industrie e cittadini hanno già iniziato a correggere drasticamente le proprie abitudini, riducendo gli spostamenti non essenziali e rimodulando i carichi logistici.
Il rapporto ipotizza una parziale normalizzazione delle forniture entro metà anno, ma lo scenario non convince fino in fondo la stessa Agenzia, che definisce la proiezione “forse troppo ottimistica”. E così, mentre l’incognita della guerra in Iran pesa sulla stabilità di Hormuz, il settore dei trasporti affronta un periodo molto delicato. Fino a questo punto considerati obiettivi di lungo termine, l’accelerazione verso nuove forme di energia e l’ottimizzazione dei consumi appaiono oggi imperativi strategici per proteggere l’economia da uno scacco energetico permanente.