• 5 Maggio 2026 21:36

Corriere NET

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Uno Bianca, l’utilitaria che gettò nel terrore un Paese intero

Mag 5, 2026

Roberto Savi rompe il silenzio. Intervistato da Francesca Fagnani a Belve, per la prima volta in una trasmissione televisiva, il suo nome rievoca una ferita civile ancora aperta, legata alla nota Banda della Uno Bianca, una vettura onnipresente e rassicurante, che proprio grazie alla sua diffusione divenne il nascondiglio di spietati killer.

L’auto più amata dagli italiani diventa la più temuta

Spaziosa, economica e avanzata sotto il profilo tecnologico grazie ai motori Fire e all’assemblaggio robotizzato. Tutte queste credenziali valsero il successo commerciale della compatta torinese, ma tra il 1987 e il 1994 quella stessa sagoma rassicurante iniziò a scatenare il panico.

La Banda della Uno Bianca – composta paradossalmente, come ben sappiamo, da poliziotti – rese l’utilitaria uno strumento di terrore. Avvistarne una di colore bianco in Emilia-Romagna o nelle Marche accostare lentamente poteva rivelarsi l’ultimo fotogramma prima dell’esecuzione. Con 23 morti e oltre 100 feriti, il veicolo smise di essere un successo industriale come tanti, assumendo un’accezione sinistra, il volto di un’atroce stagione di violenza che ha riscritto la cronaca nera in Italia.

Perché i fratelli Savi la scelsero

La scelta dei fratelli Savi rispondeva a un freddo calcolo di mimetismo sociale. Nel 1990, infatti, la Uno imperversava ovunque: era l’auto più venduta, la più rubata e la più anonima possibile, perciò cercarne una specifica in una grande città come Bologna era una missione già persa in partenza.

L’anonimato garantiva ai criminali un’invisibilità tattica senza precedenti. Potevano colpire e mimetizzarsi nel traffico tra le tantissime utilitarie sulle strade, impossibile da distinguere. E quella “normalità” appare ancora più inquietante alla luce delle recenti dichiarazioni di Roberto Savi a Belve di Francesca Fagnani: l’ex poliziotto ha parlato di “coperture della rete investigativa” che avrebbero garantito l’impunità della banda. Protetta dalla sua stessa banalità e da presunti apparati deviati, dunque, la Uno Bianca aveva campo libero.

La variante Turbo

Da un lato la versione base favoriva le scorribande, dall’altro la gamma prevedeva varianti più prestazionali, emozionanti da testare alla guida e veloci nelle fughe. La Fiat Uno Turbo i.e., lanciata nel 1985, alimentava i sogni dei giovani conducenti per il suo rapporto tra peso (appena 845 kg) e potenza (105 CV, poi saliti a 116 CV nella seconda serie), riscosse il consenso generale.

Capace di sfiorare i 200 km/h, la Turbo offriva prestazioni da sportiva purosangue in un corpo vettura compatto. Se Michele Alboreto ne lodava la sincerità di risposta in pista, la malavita fece tesoro delle sue doti meccaniche nelle rocambolesche fughe in autostrada.

Il tempo, a quanto pare, non basta a lavare via il doloroso ricordo. Ed è quasi assurdo constatare come un’auto comoda da utilizzare nelle gite fuori porta sia finita nel tritacarne di intrighi di potere e zone d’ombra rimaste oggetto di dibattito, custodendo tra le sue lamiere segreti inconfessabili. Mentre oggi i collezionisti si contendono la Uno a suon di offerte alle aste, le confessioni rilasciate da Roberto Savi rinfocolano i dubbi su una vicenda che supera la finzione di qualunque libro dell’orrore.

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