• 20 Ottobre 2021 15:11

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Tutte le incognite del processo sulla morte di Giulio Regeni

Ott 14, 2021

Il generale Tariq Sabir, i colonnelli Athar Kamel Mohamed Ibrahim e Usham Helmi e il maggiore Majdi Ibrahim Abdel Al-Sharif. Sono questi i nomi dei quattro imputati nel procedimento giudiziario per l’assassinio di Giulio Regeni che si apre oggi a Roma.

Nel processo per la crudele tanto quanto misteriosa morte del ricercatore italiano, arrestato, torturato e ucciso dagli 007 della National security egiziana oltre cinque anni fa, il governo italiano ha scelto di costituirsi parte civile. Nelle scorse settimane, in audizione di fronte alla commissione parlamentare d’inchiesta, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio aveva avanzato l’ipotesi. Claudio Regeni e sua moglie Paola, genitori di Giulio, hanno accettato: “Non in quanto famiglia della vittima, ma come cittadini impegnati nella ricerca della verità”.  

La difesa, rappresentata dall’avvocato Alessandra Ballerini, ha chiesto che siano chiamati a deporre in qualità di testimoni i quattro presidenti del Consiglio che si sono succeduti dal gennaio 2016 a oggi: Matteo Renzi, Paolo Gentiloni, Giuseppe Conte e Mario Draghi. Più i rispettivi ministri degli Esteri, i sottosegretari con delega alla sicurezza e i vertici della nostra intelligence

 

Cosa aspettarsi dal processo Regeni

Ben altro discorso riguarda la possibilità di veder comparire nell’aula bunker di Rebibbia, come richiesto, il presidente egiziano Abdel Fattah Al-Sisi, suo figlio Mahmood e i principali sospettati dell’omicidio. L’assenza degli imputati è frutto delle reticenze e, nel complesso, in una non piena collaborazione sul caso da parte egiziana. Le autorità del Cairo, infatti, non hanno voluto comunicare neppure gli indirizzi per la notificazione degli atti agli accusati. 

Una simile omissione rischia di avere risvolti gravi sul versante della procedibilità dell’azione penale, in quanto si dovrà celebrare un “processo in assenza”. Ma non è possibile giudicare in contumacia qualcuno che non sia a conoscenza dell’esistenza a suo carico di un giudizio e degli elementi su cui si fonda. Da parte sua, l’Egitto ha contribuito negando all’Italia la cosiddetta “elezione di domicilio” dei quattro ufficiali dei suoi servizi segreti. 

Il rischio è che sotto il peso di quest’opera di insabbiamento tutto l’impianto accusatorio, che si poggia per gran parte sulle testimonianze oculari di sei teste residenti in Egitto, non regga. Anche qualora questi vengano chiamati a deporre dai magistrati, è assai improbabile che il regime glielo lasci fare.

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