• 18 Luglio 2024 10:04

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Rosa e Olindo restano in carcere: confermato l’ergastolo per la strage di Erba

Lug 10, 2024

Rosa e Olindo restano in carcere. Oggi 10 luglio la Corte di Appello di Brescia si è riunita per decidere sulla richiesta di revisione del processo della strage di Erba presentata dai coniugi Rosa Bezzi e Olindo Romano dopo la condanna in via definitiva all’ergastolo per aver ucciso quattro persone l’11 dicembre 2006. I giudici hanno deciso: il processo non si rivedrà, e dunque è confermata la condanna per la coppia, già decisa dal primo processo, dall’appello e dalla sentenza della Cassazione nel 2011. Le “nuove prove” presentate nella richiesta dal sostituto procuratore di Milano non sono “né utili né sufficienti” per rivedere il vecchio verdetto. 
 

L’incendio, i morti, la macchia di sangue: le tappe della vicenda

È la sera dell’11 dicembre del 2006 quando intorno alle 20, a Erba, in provincia di Como, divampa un incendio in una palazzina al numero 25 di via Diaz. I vigili del fuoco, arrivati sul posto e domato l’incendio, trovano quattro cadaveri: sono quelli di Raffaella Castagna (30 anni), di suo figlio Youseff (due anni e tre mesi), di sua madre Paola Galli (60 anni) e di una loro vicina di casa, Valeria Cherubini (55 anni). Insieme a loro c’è anche Mario Frigerio, marito di Cherubini, sopravvissuto. Le indagini sul caso porteranno a scoprire che non sono state le fiamme a uccidere le vittime, ma qualcuno che si è abbattuto sulle persone con spranghe e armi da taglio: Frigerio è l’unico sopravvissuto grazie a una malformazione congenita della carotide che gli ha impedito di morire dissanguato, cosa che lo ha fatto diventare un testimone chiave del caso.
 

I sospetti degli investigatori in un primo momento si concentrano su Azouz Marzouk, marito di Raffaella Castagna, che il giorno dopo la strage si precipita subito a Erba dalla Tunisia, dove si era recato per un viaggio programmato. Si pensava a un regolamento di conti: l’uomo infatti era già noto alle forze dell’ordine per spaccio di droga, ma il suo alibi era troppo solido. Per questa ragione l’attenzione degli investigatori si è poi subito concentrata sui coniugi Romano, condomini della palazzina che ha preso fuoco e residenti al piano terra di via Diaz 25. Tra le due famiglie c’erano stati nervosismi e in passato Castagna, una delle vittime, aveva già denunciato Olindo per percosse: sarebbe stato questo rapporto conflittuale a spingere i Romano a uccidere le quattro persone, secondo le sentenze. L’unico punto che restava da chiarire era il loro alibi: attraverso uno scontrino, i due avrebbero voluto dimostrare come quella sera, intorno alla stessa ora dell’incendio, si trovassero a un Mc Donald’s vicino a Como.
 

Nelle settimane successive gli inquirenti tengono sotto intercettazione le conversazioni tra i due coniugi. La notte di Santo Stefano del 2006 viene trovata nell’auto di Olindo una macchia di sangue che è attribuita a una delle vittime, Valeria Cherubini. Fermati e interrogati l’8 gennaio 2007, i due vengono arrestati. Due giorni dopo, entrambi confessano di essere i responsabili del quadruplo omicidio. Nel frattempo Frigerio, il sopravvissuto, dall’ospedale riconosce in Olindo l’assalitore.
 

Sangue nell’auto, testimonianza oculare, confessione: il caso sembrava essere chiuso. Il 16 maggio 2007 si chiudono ufficialmente le indagini preliminari e il 9 giugno la procura comasca chiede il rinvio a giudizio per la coppia. Il 9 ottobre 2007 i coniugi Romano ritrattano la loro confessione e si proclamano innocenti ed entrambi vengono rinviati a giudizio: lui è accusato di omicidio plurimo pluriaggravato, lei invece di concorso in reato.

 

Il processo, le sentenze e la morte di Frigerio

Il 29 gennaio 2008 inizia il processo ai coniugi Romano. Olindo ha raccontato di essere stato indotto a confessare dai Carabinieri, in cambio di una pena breve e della libertà per la moglie, mentre quest’ultima ha affermato che le erano stati promessi gli arresti domiciliari. A novembre dello stesso anno, tuttavia, arriva la prima sentenza: ergastolo con isolamento diurno per tre anni, per entrambi gli imputati. La stessa condanna è stata confermata dalla Corte di Appello di Milano nel 2010, e di nuovo dalla Corte di Corte di Cassazione nel 2011. A incidere sulla decisione dei giudici fu la testimonianza chiave di Frigerio.
 

Mario Frigerio è stato l’unico a sopravvivere alla strage del 2006 ed è morto nel 2014 a causa di una malattia, tre anni dopo la conferma in terzo grado della colpevolezza dei Romano. Subito dopo i fatti, l’uomo era stato ascoltato dalla polizia otto volte ma solo in un secondo momento ha iniziato a parlare di Olindo come del suo aggressore. I suoi avvocati hanno parlato di condizioni che “hanno determinato il decadimento di funzioni cognitive importanti, come alterazioni della memoria, della capacità di ricordare e della capacità di orientamento”, causate dalle ferite riportate e dall’assoluzione di monossido di carbonio derivato dall’incendio.

 

La richiesta di revisione del processo bocciata dalla Corte di Brescia

È il 12 aprile 2023, 12 anni dopo la sentenza della Cassazione, che il sostituto procuratore di Milano Cuno Tarfusse avanza la richiesta di revisione del processo “in tutta coscienza per amore di verità e di giustizia e per l’insopportabile pensiero che due persone, probabilmente vittime di errore giudiziario, stiano scontando l’ergastolo”. La richiesta è stata avanzata in base a “nuove prove” emerse e presentate alle autorità giudiziarie dal pool di avvocati che seguono i Romano.
 

Tra queste sembrerebbe esserci la testimonianza di Frigerio, che potrebbe quindi essere ritenuta di “falsa memoria” e l’incongruenza dei Romano nella confessione e nella successiva ritrattazione. A queste si aggiunge la presunta autenticità della macchia di sangue trovata dentro l’auto di Olindo. A ottobre 2023, i legali della coppia hanno depositato alla Corte d’assise di Brescia l’istanza di revisione di condanna per i coniugi: la richiesta presentata dagli avvocati è lunga 150 pagine e segue quella del sostituto procuratore di Milano. La corte di Appello di Brescia ha deciso che il processo non è da rivedere e ha quindi confermato le sentenze già espresse negli scorsi anni: le “nuove prove” presentate nella richiesta dal sostituto procuratore di Milano non sono “né utili né sufficienti” per rivedere il vecchio verdetto. 

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