• 3 Luglio 2022 14:00

Corriere NET

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Perché ci fidiamo del metodo scientifico

Mag 19, 2022

A seguito di un articolo che ho scritto, che mostrava come la fiducia nella scienza costituisca uno dei più importanti fattori in grado di diminuire la mortalità di un virus pandemico come SARS-CoV-2, ho ricevuto una serie di commenti, che qui intendo raggruppare sotto forma di un’unica domanda: per quale motivo dovremmo fidarci del metodo scientifico e della comunità scientifica – o, in forma semplificata come espresso da taluni, perché dovremmo accettare di credere alla scienza?

La prima, immediata risposta che già qualcuno dei miei lettori ha dato è abbastanza condivisibile: perché le indicazioni della comunità scientifica, proprio come dimostra il lavoro che ho citato nel mio precedente articolo, funzionano, così che chi maggiormente vi si attiene raggiunge meglio un obiettivo prefissato, come nel caso della mitigazione dei danni della pandemia è accaduto. A posteriori, cioè, possiamo ancora una volta vedere che il modello del mondo ottenuto mediante l’impresa scientifica, e le conseguenti proiezioni circa le conseguenze delle nostre azioni e del comportamento del virus, funzionano meglio nell’istruirci su come comportarci, rispetto per esempio alle favole di omeopati, negazionisti, cospirazionisti ed in generale rispetto ai cosiddetti pensieri alternativi.

Molti si accontentano di questa risposta, che però è a mio giudizio insufficiente: in diverse occasioni, è accaduto che credenze completamente infondate e visioni intuitive o prescientifiche indirizzassero comunque verso un comportamento corretto, e non vi è ragione per escludere a priori che non possa essere così anche in futuro, in determinate circostanze. La religione, per fare un esempio noto a tutti, può indirizzare le nostre azioni verso il bene comune, e funzionare perfettamente nel raggiungere obiettivi di grande utilità sociale, nonostante alla sua base vi sia certamente una visione non scientifica del mondo, ancorata come è su credenze indimostrabili per costruzione.

Dunque, sebbene sia vero che la scienza tende ad avere un tasso di successo più alto, quando si tratta di individuare soluzioni, essa non è né infallibile – anzi nei momenti migliori riesce a dimostrare il fallimento delle sue stesse tesi pregresse – né superiore in ogni occasione ad altri metodi di indirizzo dell’azione umana.

Perché, dunque, dovremmo avere fiducia nella scienza più che di altri sistemi di pensiero, quando si tratta di pianificare le nostre azioni in vista di un obiettivo che si sia deciso di raggiungere? Perché un cittadino dovrebbe credere a ciò che è scritto in un articolo di un gruppo di ricercatori, magari una meta-analisi della letteratura scientifica fino a quel momento disponibile su un dato argomento, e non alle tesi di un sostenitore della biodinamica?

 

Cercherò qui di illustrare brevemente alcune delle ragioni più importanti. La prima ragione è la possibilità di effettuare controlli su un enunciato scientifico, indipendentemente dalla materia di cui si parla, per verificarne la tenuta. In ultima analisi, tutti gli enunciati scientifici hanno una struttura logico-matematica tale che, partendo da un insieme di misure, sia possibile dare una descrizione di un certo sistema fisico e del suo comportamento. Il primo controllo, quindi, consiste nel verificare la solidità di questa struttura: matematica e numeri devono essere impiegati in modo impeccabile, ed ogni asserzione scientifica deve essere riducibile ad un ragionamento quantitativo che, presi certi numeri, consente di ottenerne altri, in corrispondenza dell’enunciato (una corrispondenza anche qualitativa o statistica, sia ben inteso).

Questa prima verifica consente di individuare un gran numero di proposizioni erronee, formulate come scienza, ma che scienza non sono; è quello che a tutti i ricercatori capita, quando individuano i propri stessi errori oppure pubblicazioni scientifiche erronee o false, ottenendone poi la correzione o la ritrattazione. Questa è anche la ragione per cui il cittadino comune, prima di ogni altra cosa, agli scienziati deve chiedere i dati in supporto delle proprie affermazioni: perché tutti, ma proprio tutti, devono essere in grado di ripetere i passaggi matematici tipici dell’analisi scientifica, una cosa che oltretutto in discipline come la biomedicina spesso si basa sull’utilizzo di strumenti appresi durante la formazione scolastica. La prima ragione per accordare fiducia alla scienza, dunque, consiste nella possibilità di verificarne la coerenza interna, da un punto di vista logico-matematico con un procedimento inattaccabile e non ambiguo.

Naturalmente, si potrebbe a questo punto fare un’obiezione: gli scienziati potrebbero essere degli abilissimi matematici, ma la loro scienza, alla fine, potrebbe essere falsa perché false potrebbero essere le loro misure. Come posso io, comune cittadino, controllare che, nonostante l’inappuntabile statistica, i dati alla base dell’analisi degli scienziati esistano e siano riproducibili, senza disporre di tempo, risorse, competenze ed un laboratorio?

Sono due gli elementi che qui è possibile utilizzare per il controllo. Il primo è quello della coerenza delle misure (e non solo delle conclusioni) fra gruppi scientifici diversi e indipendenti. Se più squadre di ricercatori effettuano misure tutte coerenti fra loro, in posti e tempi diversi, ho meno bisogno di replicare io stesso le misure; il tasso di affidabilità di quei dati aumenta, perché l’accordo tra persone diverse in punti diversi del globo al fine di falsificare certe misure è, quanto meno, improbabile, ma soprattutto spesso impossibile. Questa è anche la ragione per cui l’analisi di più lavori scientifici diversi, contenenti misure delle stesse quantità, dà un’indicazione affidabile e di consenso sull’effettiva affidabilità dei dati che la comunità scientifica produce; e questo è il motivo per cui un singolo lavoro è sempre preliminare.

Vi è poi un altro elemento da considerare, quando si controllano le asserzioni scientifiche: la coerenza interna all’intero edificio prodotto dalla ricerca è tale che una tesi falsa finisce con il contraddire altri fatti acquisiti, e rivelarsi quindi per quello che è. Viceversa, il legame tra una certa affermazione e fatti ottenuti in campi del tutto diversi può portare, attraverso l’analisi formale di un lavoro scientifico, a scoprirne la concordanza con fatti consolidati; e questa possibilità di controllo è un ulteriore garanzia che rende preferibile e più degna di fiducia l’affermazione di uno scienziato che quella, ad esempio, di un guru della biodinamica.

Oltre a queste garanzie di affidabilità, tipiche della scienza, si può poi contare su un controllo di tipo sociale, almeno in alcuni settori delicati come quello della salute: il controllo, cioè, esercitato da agenzie indipendenti fra loro, in diverse parti del mondo, che sono preposte proprio alla verifica materiale dei risultati ottenuti dagli scienziati. Aifa, Ema, Fda, Oms e altre agenzie sono organismi tecnici fra loro indipendenti: se raggiungono un giudizio unanime circa la solidità di certi dati, è molto probabile che tali dati siano solidi, e non che vi sia un complotto globale di cui le agenzie siano tutte simultaneamente strumento.

La scienza erronea, a causa di dati falsati, di analisi formalmente deboli o di una combinazione delle due cose, può ed è continuamente identificata: e anche se può sembrare paradossale, proprio la continua dimostrazione certa di errori nelle asserzioni scientifiche è una delle caratteristiche maggiormente rassicuranti circa l’affidabilità della conoscenza prodotta dalla comunità dei ricercatori.

Vi è, infine, un ulteriore aspetto che dovrebbe ispirare fiducia nella scienza: la dinamica sociale che sottende alla formazione di quello che chiamiamo il consenso scientifico. Durante la pandemia, abbiamo assistito più volte a divergenze di opinione talora insanabili fra esperti; e questo, in realtà, nonostante le deviazioni patologiche dovute al narcisismo di taluni protagonisti, è un aspetto della formazione della conoscenza scientifica indispensabile, perchè garantisce che vi sia sempre qualche feroce critico di ogni idea vecchia o nuova, e non vi siano invece tesi che impattano sulla società, le quali siano accettate senza colpo ferire. Questo contrasto tra ricercatori, che assume talvolta la triste forma dello spettacolo nei talk show, quando si svolge nelle sedi opportune è invece indice di un salutare e vigoroso, a volte rude, setaccio intellettuale, il quale è indispensabile perché l’impresa sociale che chiamiamo produzione scientifica possa continuare, senza rischiare di trasformarsi in puro sacerdozio di verità rivelata.

Nella scienza, come credo possa essere chiaro ai più dopo queste poche, incomplete osservazioni, non dobbiamo avere fede, ma fiducia: dobbiamo cioè sapere che, con un po’ di sforzo, chiunque di noi può fare almeno alcune delle verifiche che ho indicato, e certamente le fanno i rissosi ricercatori, alla ricerca degli errori altrui.

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