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Pene più severe per i caporali del lavoro nero, la legge in dirittura d’arrivo

Ott 17, 2016

ROMA – Comincia questo pomeriggio alla Camera la discussione finale sulla nuova legge contro il caporalato, voluta dal ministro delle Politiche agricole Maurizio Martina. Dopo l’approvazione al Senato dello scorso agosto (con 190 voti favorevoli, nessun contrario e 32 astenuti) e il ritorno in Commissione spetta ora a Montecitorio licenziare il testo che prevede il carcere fino a sei anni per chi sfrutta i lavoratori dell’agricoltura.

La responsabilità del datore di lavoro. Il provvedimento riscrive la norma precedente indicando un inasprimento delle pene, la responsabilità del datore di lavoro, il controllo giudiziario sull’azienda che consentirà di non interrompere l’attività agricola e la semplificazione degli indici di sfruttamento. Vengono inoltre inserite disposizioni sulla Rete del lavoro agricolo di qualità e un piano di interventi a sostegno dei lavoratori che svolgono attività stagionale di raccolta dei prodotti agricoli. Si stabiliscono la confisca dei beni come avviene con le organizzazioni criminali mafiose, l’arresto in flagranza, l’estensione della responsabilità degli enti. In Senato è stato introdotto l’allargamento del reato anche attraverso l’eliminazione della violenza come elemento necessario e che rendeva più complessa l’applicazione effettiva della norma.

Le pene. Prevista la pena della reclusione da uno a sei anni per l’intermediario e per il datore di lavoro che sfrutti i lavoratori, approfittando del loro stato di bisogno. Se poi i fatti sono commessi mediante violenza e minaccia, la pena aumenta da cinque a otto anni ed è previsto l’arresto in flagranza. Le nuove norme individuano come indice di sfruttamento “la corresponsione ripetuta di retribuzioni difformi dai contratti collettivi e la violazione delle norme sull’orario di lavoro e sui periodi di riposo”, in pratica salari troppo bassi e straordinari non pagati. Altri parametri presi in considerazione per indicare lo sfruttamento sono le violazioni delle regole per la sicurezza nei luoghi di lavoro, la sottoposizione a metodi di sorveglianza e anche le situazioni in cui i lavoratori sfruttati vengono alloggiati.

Indennizzi per le vittime. Per la prima volta si decide di estendere le finalità del Fondo antitratta anche alle vittime del delitto di caporalato, questo perché le situazioni delle vittime del caporalato e delle vittime della tratta sono ritenute simili e spesso le stesse persone sfruttate nei lavori agricoli sono reclutate usando i mezzi illeciti tipici della tratta di esseri umani.

I commenti. Secondo i relatori della legge è particolarmente importante la “corresponsabilità caporale-imprenditore”, per cui il titolare dell’azienda che impiega i lavoratori sfruttati viene considerato a tutti gli effetti responsabile del modo in cui la manodopera viene reclutata. Il caporalato in Italia si ritiene colpisca più di 400mila lavoratrici e lavoratori, sia italiani, sia stranieri, una piaga di cui spesso si parla soltanto quando accadono eventi drammatici.

Per il ministro dell’Agricoltura, Maurizio Martina, la legge è “cruciale per sradicare una piaga inaccettabile, come la mafia”. L’impegno per l’approvazione della legge è “una battaglia che non è solo di civiltà, ma di giustizia”, che rafforza “gli strumenti di contrasto civili e penali, colpendo i patrimoni con la confisca e rendendo più forte la rete del lavoro agricolo di qualità”. Di rete del lavoro agricolo parla anche Coldiretti che, favorevole al provvedimento, chiede però un intervento normativo urgente “per rompere la catena dello sfruttamento che inizia dal sottopagare i prodotti agricoli pochi centesimi”. “Occorre combattere senza tregua – sottolinea la Coldiretti – il becero sfruttamento che colpisce spesso la componente piu’ debole dei lavoratori agricoli, con pene severe e rigorosi controlli, ma serve una grande azione di responsabilizzazione di tutta la filiera, dal campo alla tavola, per garantire che dietro tutti gli alimenti, italiani e stranieri, in vendita sugli scaffali, ci sia un percorso di qualità che riguarda l’ambiente, la salute e il lavoro, con una equa distribuzione del valore che non è possibile se le arance nei campi sono sottopagate a 7 centesimi al chilo e i pomodori poco di più”.

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