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Morte del boss mafioso Totò Riina, Grasso: “La pietà non ci fa dimenticare il dolore e il sangue versato”

Nov 17, 2017

ROMA – “La pietà non ci fa dimenticare il dolore e il sangue versato”, ha scritto su Facebook il presidente del Senato Pietro Grasso, magistrato che ha combattuto Totò Riina, il ‘capo dei capi’ di Cosa Nostra morto stanotte, a fianco di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

“Riina iniziò da corleone negli anni ’70 una guerra interna alla mafia per conquistarne il dominio assoluto, una sequela di omicidi che hanno insanguinato Palermo e la Sicilia per anni. Una volta diventato il capo la sua furia si è abbattuta sui giornalisti, i vertici della magistratura e della politica siciliana, sulle forze dell’ordine, su inermi cittadini, sulle persone che con coraggio, senso dello stato e determinazione hanno cercato di fermarne il potere”.

“La strategia di attacco allo Stato – ha ricordato Grasso – ha avuto il suo culmine con le stragi del 1992, ed è continuata persino dopo il suo arresto con gli attentati del 1993. Quando fu arrestato, lo stato assestò un colpo decisivo alla sua organizzazione. In oltre 20 anni di detenzione non hai mai voluto collaborare con la giustizia”.

Pietà, ma non perdono. E un po’ di rammarico: “Porta con sè molti misteri che sarebbero stati fondamentali per trovare la verità su alleanze, trame di potere, complici interni ed esterni alla mafia, ma noi, tutti noi, non dobbiamo smettere di cercarla”.

Maria Falcone, sorella del magistrato Giovanni, ucciso a Capaci nel 1992, ha commentato la morte del capo dei capi dicendo di “non gioire per la sua morte, ma di non poterlo perdonare. Come mi insegna la mia religione avrei potuto concedergli il perdono se si fosse pentito, ma da lui nessun segno di redenzione è mai arrivato”.

Il presidente della Commissione parlamentare Antimafia Rosy Bindi ha ricordato che “la fine di Riina non coincide con quella della mafia siciliana, che resta un sistema criminale di altissima pericolosità”. Bindi ha voluto sottolineare come Cosa Nostra, nella sua versione stragista, è stata sconfitta prima della morte del boss grazie al duro impegno delle istituzioni e al sacrificio di tanti uomini coraggiosi e giusti”.

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“Di fronte alla morte nessun commento”, ha detto il presidente della Direzione nazionale antimafia Nino Di Matteo, uno dei magistrati che Riina non ha mai nascosto di voler eliminare. Di Matteo oggi è il magistrato più scortato d’Italia proprio per le minacce ricevute negli ultimi anni, dal carcere, dal boss mafioso di Corleone.

Era il dicembre del 2013 quando Riina, parlando in carcere senza sapere di essere intercettato, disse: “Lo faccio finire peggio del giudice Falcone. Lo farei diventare il tonno buono”. Ma non era l’unica minaccia a distanza inviata a Di Matteo. In altre conversazioni aeva detto: “Organizziamola questa cosa, facciamola grossa e non ne parliamo più. Questo Di Matteo non se ne va. Dobbiamo fare un’esecuzione come quando c’erano i militari a Palermo”.

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