• 14 Agosto 2026 8:49

Corriere NET

Succede nel Mondo, accade qui!

Le auto non sono più un business remunerativo, il crollo degli utili racconta la crisi

Ago 14, 2026

Vendere automobili, oggi, non significa più necessariamente guadagnarci. È questa la fotografia scattata dall’ultimo Automotive Performance Report del Center of Automotive Management (CAM), che ha passato al setaccio i bilanci dei quindici principali costruttori mondiali relativi al primo semestre 2026. Il quadro che emerge non lascia molto spazio a interpretazioni ottimistiche: le vendite, tutto sommato, reggono, ma trasformarle in profitto reale sta diventando sempre più complicato per quasi tutti i grandi nomi del settore.

Tra fatturato e margini

Il dato più significativo riguarda proprio il divario tra andamento dei ricavi e andamento degli utili. Nei primi sei mesi dell’anno, il fatturato complessivo dei quindici gruppi analizzati è calato solo dell’1,4% rispetto allo stesso periodo del 2025, un ridimensionamento tutto sommato contenuto. Il vero problema salta all’occhio quando si guarda all’utile operativo: l’Ebit aggregato è crollato del 17,5%, fermandosi a 35,6 miliardi di euro. In dodici mesi sono così andati in fumo circa 7,6 miliardi di risultato operativo, nonostante il giro d’affari sia rimasto sostanzialmente stabile. La marginalità media, di conseguenza, è scesa ulteriormente dal 3,5% al 3,3%, un livello che fotografa bene quanto sia diventato sottile il margine di manovra per l’intera industria. Ancora più eloquente è il dato relativo all’utile medio generato da ogni singola vettura venduta: è passato da 1.409 a 1.187 euro, con una flessione intorno al 16%. Le differenze tra i vari gruppi restano comunque enormi: Mercedes-Benz continua a essere il marchio che guadagna di più per ogni auto consegnata, con 4.122 euro, mentre Stellantis si ferma a soli 471 euro a vettura, un divario che racconta quanto contino ancora il posizionamento di gamma e la capacità di difendere il prezzo medio.

Fondamentale controllare i costi

Se c’è un elemento che sembra fare davvero la differenza tra chi resiste e chi arretra, secondo l’analisi del CAM, è proprio la capacità di tenere sotto controllo i costi interni. Alcuni gruppi, come Nissan e Mazda, sono tornati in utile proprio grazie a interventi mirati di contenimento delle spese, ristrutturazioni interne e una gestione più attenta del mix di prodotto e dei listini. Un recupero importante sulla carta, ma che secondo gli analisti resta comunque appoggiato su margini estremamente ridotti, tutt’altro che consolidati. La pressione arriva da più fronti contemporaneamente: la concorrenza sempre più agguerrita dei costruttori cinesi, una guerra dei prezzi che non accenna a placarsi, i dazi imposti dagli Stati Uniti e i costi crescenti legati all’elettrificazione e allo sviluppo del software di bordo, ormai diventato una voce di spesa paragonabile a quella della meccanica tradizionale. Non a caso, diversi produttori tedeschi di fascia alta, tra cui Mercedes, BMW e Volkswagen, hanno visto erodersi in modo vistoso i propri margini, complice anche l’arretramento sul mercato cinese, dove i motori a combustione hanno perso terreno e sul fronte elettrico i rivali locali restano difficilmente raggiungibili.

Un futuro con poche prospettive

Guardando avanti, lo scenario non sembra destinato a migliorare in tempi brevi. Gli stessi ricercatori del CAM sottolineano come questa fotografia, per quanto già preoccupante, rischi di risultare persino troppo favorevole alle aziende consolidate. Nell’analisi mancano infatti i principali produttori cinesi, esclusi per mancanza di dati pienamente comparabili: se si includessero realtà come BYD, il parametro di riferimento sulle strutture di costo più competitive si sposterebbe ancora più in basso, mettendo ulteriormente sotto pressione i costruttori tradizionali. Gli analisti ritengono probabile che nel semestre i big cinesi abbiano continuato a incrementare ricavi e presenza internazionale, senza che questo si sia però tradotto in margini più alti, complici le economie di scala compensate da una concorrenza sui prezzi sempre più spietata. Il risultato è un settore che si trova a dover reinventare il proprio modello di business proprio mentre deve sostenere gli investimenti più pesanti della sua storia recente, tra transizione elettrica, piattaforme software e servizi digitali. Chi arriva a questo appuntamento con margini più solidi avrà più margine di manovra per affrontare la sfida; per gli altri, il rischio è che la fase di consolidamento e ristrutturazione già in corso, con tagli occupazionali e chiusure di stabilimenti annunciati in diversi paesi europei, sia solo all’inizio.

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. Guarda la Policy

The cookie settings on this website are set to "allow cookies" to give you the best browsing experience possible. If you continue to use this website without changing your cookie settings or you click "Accept" below then you are consenting to this.

Close