• 20 Aprile 2026 15:26

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F1, caos ADUO: la FIA deve dribblare i buchi regolamentari

Apr 20, 2026

Dal 4 maggio (post GP Miami), la FIA si troverà in pianta stabile a studiare il sistema ADUO per la F1 2026: serve blindare il regolamento che aiuta i motoristi in crisi. Nel farlo, l’organo legislativo deve mostrare grande attenzione, in quanto pare che alcuni team stiano cercando di camuffare il rendimento per accedere alla deroga e mettere le mani sul propulsore.

F1 2026: L’enigma ADUO e il banco di prova della FIA

Passata l’adrenalina della tappa americana di Miami (weekend 1-2-3 maggio), i vertici della Federazione Internazionale si troveranno a dover disinnescare una delle mine più pericolose di questa rivoluzione tecnica: il caso ADUO. L’obiettivo imminente è decretare in maniera ufficiale quali motoristi abbiano le carte in regola per sbloccare i privilegi di questo meccanismo.

Nato agli albori dell’annata agonistica con intenti nobili, l’ADUO funge da paracadute normativo: mossa studiata per evitare che i costruttori attardati colino a picco in modo irreversibile. Attualmente, le chiacchiere nel paddock sono quasi interamente fagocitate da un’emergenza ben più visibile: il “super clipping“: quel terrificante e improvviso calo di spinta che genera differenziali di velocità mostruosi tra le monoposto.

Quando una vettura si ritrova a incassare 50 km/h di svantaggio rispetto a chi la segue, la questione sicurezza diventa prioritaria. Questa chiara urgenza ha inevitabilmente messo in ombra il dossier ADUO nell’agenda politica della F1 2026. Eppure il tema è tutt’altro che chiuso. È semplicemente silente, pronto a deflagrare come un ordigno a orologeria.

Il tesoro dell’ADUO e l’ambiguità ibrida

Non appena l’allarme sui delta velocistici e sulle mappature rientrerà (oggi riunione importante), l’impianto di aiuti allo sviluppo tornerà a dominare le prime pagine. Lo farà scatenando inevitabili polemiche tra le parti. Il vero cortocircuito di questa regola sta nel suo perimetro d’azione: l’ADUO giudica gli aiuti basandosi esclusivamente sull’efficienza del motore a combustione interna (endotermico), snobbando del tutto l’impatto del comparto ibrido.

Visto che il rendimento di una F1 2026 deriva da una sinfonia tra combustione e gestione elettrica, isolare l’esatta matrice di un deficit sui cavalli è un’impresa titanica. Stabilire con certezza empirica se un’auto sia lenta per colpa di un “V6 asmatico” o per un modulo elettrico incapace di immagazzinare e scaricare energia con efficacia, è un esercizio di rara complessità.

Le regole d’ingaggio, però, sono ghiottissime. Se un’unità termica accusa un ritardo prestazionale del 2% rispetto al propulsore di riferimento, scatta il bonus: un corposo assegno extra per le spese, ore aggiuntive da spendere sui rulli dei banchi prova, un jolly per aggiornare l’omologazione a stagione in corso e un ulteriore credito per la campagna seguente.

Se il deficit sfora addirittura il muro del 4%, i benefici raddoppiano (il caso di Aston Martin con la Honda, dove il ritardo su Mercedes è davvero grande): da qui arrivano fondi e sessioni di collaudo ancor più generosi, affiancati da ben due gettoni di sviluppo immediati e altrettanti per l’anno venturo. Un bottino colossale, capace di stravolgere interamente un progetto.

La guerra fredda tra Maranello e Brackley

Durante i test invernali Mercedes girava con mappature conservative per non far scattare il paracadute FIA a vantaggio dei rivali. Questo era il pensiero. Oggi il sospetto è diametralmente opposto: si pensa siano stati gli sfidanti a mascherare deliberatamente il proprio vigore meccanico, fingendo una crisi per poter mungere il sistema di aiuti e deliberare pacchetti massicci.

Togliendo dall’equazione la Honda e Audi, l’intessere si sposta sul Cavallino Rampante. Le scelte progettuali degli ingegneri italiani sono sotto la lente d’ingrandimento. Visto che la F1 ha bandito l’MGU-H, la Rossa ha scommesso su un gruppo turbocompressore di dimensioni ridotte per limitare il “turbo lag”: moto generatore che appunto tappava le falle prestazionali ai bassi regimi.

Si pensa che tale impostazione generi a un calo di potenza ai massimi regimi, sebbene il vero cruccio del motore Ferrari non sia questo. A fare la differenza maggiore è senza dubbio il rapporto di compressione Mercedes. Anche per questo, ad eccezione dei team spinti dai propulsori tedeschi, il resto del paddock ha scatenato una guerra per bandire questo espediente.

La FIA ha risposto la misurazione di questo parametro che andrà effettuata “a caldo” dal prossimo giugno, innalzando il limite tollerato dal nativo 16:1 a un ben più permissivo 16,7:1. Questa precisa interpretazione del corpo normativo sta costringendo i meccanici a massacranti turni straordinari in fabbrica, con il chiaro obiettivo di realizzare un passo in avanti con la monoposto.

Ciononostante, tra i corridoi del reparto corse italiano si respira un certo pragmatismo: ormai è noto che Ferrari potrà accedere all’ADUO. Le conferme, pur indirette, arrivano sia dalla sponda Mercedes con Antonelli, sia dalle parole degli stessi protagonisti Ferrari. Un passaggio cruciale per deliberare i cambi salvifici al propulsore italiano.

ADUO: Il labirinto dei dati dove l’inganno è dietro l’angolo

Districarsi in questo groviglio analitico è un vero incubo per i commissari delegati. Decifrare i motivi di una top speed deludente significa affrontare una matrice a incognite multiple. Il valore registrato alla fine di una retta non è la semplice fotografia dell’endotermico, ma il risultato di una complessa interazione che coinvolge la resistenza all’avanzamento, le scelte sulla deportanza e l’efficienza ibrida.

Le declinazioni tattiche sono molteplici: un pilota può scegliere di conservare gran parte dell’energia per poi sprigionarla brutalmente sul dritto, oppure può sfruttarla nei settori misti e guidati, rassegnandosi a pagare dazio nei tratti ad alta velocità. Tutto dipende dalle necessità e dalle caratteristiche della vettura e dalla mera conformazione della pista.

Una vera e propria bolla ingegneristica nella quale la Federazione rischia di impantanarsi. L’unica via d’uscita concreta per sbrogliare le controversie e smascherare i trucchi consisterebbe nel testare fisicamente i propulsori a banco. Eppure, persino questa misura estrema potrebbe rivelarsi insufficiente. Insomma: la FIA si trova davanti a un compito titanico sul quale non sono ammessi errori.

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