• 2 Settembre 2026 9:52

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Ex Ilva, il 16 settembre è l’ultima data per evitare lo stop

Set 2, 2026

AGI – È il 16 settembre la data ultima per evitare la fermata degli impianti dell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto, a seguito del decreto emesso dalla Corte d’Appello di Milano, che ha fissato la scadenza a 90 giorni dal 27 luglio, quindi a fine ottobre. Lo scrive Acciaierie d’Italia (AdI), in amministrazione straordinaria, nell’istanza di sospensiva del decreto presentata alla Corte d’Appello di Milano.

La Corte, sezione specializzata in materia di impresa presieduta da Giuseppe Ondei, ha fissato l’udienza per le 14.30 del 9 settembre e il termine per la costituzione in giudizio alle 12 del 7 settembre. I giudici hanno inoltre rigettato la richiesta di AdI di provvedere “inaudita altera parte”, cioè senza aver ascoltato la controparte, “stante la celere fissazione dell’udienza, tale da permettere l’emanazione del provvedimento entro il termine indicato dalla stessa parte ricorrente”. Il presidente Lorenzo Orsenigo è stato nominato relatore da Ondei.

Le ragioni di Acciaierie d’Italia sull’Ex Ilva

Nell’istanza di sospensiva, Acciaierie evidenzia la necessità di scongiurare il concretizzarsi di “pregiudizi gravissimi e irreversibili”. Per la società è “pacifica la sussistenza di un gravissimo” pericolo, a seguito di una decisione ritenuta tardiva, che renderebbe imprescindibile e urgente la sospensione dell’esecutività del decreto. L’azienda sostiene inoltre di non poter “attendere nemmeno i tempi ordinari necessari a instaurare il contraddittorio con le controparti, pena la consumazione definitiva e irreversibile del danno”. Come illustrato nella relazione tecnica di Rina, spiega AdI, superata la data del 16 settembre 2026 avrà inizio il procedimento irreversibile di raffreddamento naturale dell’altoforno 1 e dei relativi cowper: da quel momento non sarà più possibile riavviare gli impianti senza che subiscano danni irreversibili.

Sia Ilva che Acciaierie hanno inoltre presentato, distintamente, un ricorso straordinario alla Corte di Cassazione per chiedere di “cassare” il decreto della Corte d’Appello. Poiché per la pronuncia della Suprema Corte si prefigurano tempi lunghi, l’istanza di sospensiva alla stessa Corte d’Appello punta a un risultato più immediato. Scrive AdI: “La chiusura dell’area a caldo determinerebbe la totale vanificazione delle decisioni assunte dal legislatore e dal Governo, nonché la dispersione di ingentissime risorse pubbliche investite nel corso degli anni al fine di garantire la continuità produttiva e la salvaguardia dei livelli occupazionali del comparto”.

La cessazione dell’attività, si legge ancora, “priverebbe infine il Paese di una capacità industriale di carattere strategico e non sostituibile per l’intero sistema produttivo nazionale”, un profilo che per l’azienda non riguarda “una mera valutazione di convenienza economica” ma assume “rilievo primario sotto il profilo dell’economia nazionale”.

I rischi per l’occupazione e per il territorio di Taranto

Secondo Acciaierie, la chiusura dello stabilimento determinerebbe anche “una condizione di dipendenza integrale e strutturale dall’estero per l’approvvigionamento di acciaio”, con conseguenze in caso di crisi geopolitiche, interruzioni delle catene di approvvigionamento o tensioni commerciali con i principali Paesi produttori. La conseguenza più immediata, spiega ancora l’istanza, sarebbe il ricorso alla cassa integrazione per i lavoratori addetti, alcune migliaia di unità, con ripercussioni che nel breve e medio periodo potrebbero estendersi anche al personale degli stabilimenti di Novi Ligure, Racconigi e Genova-Cornigliano, la cui operatività dipende dalla produzione dell’acciaio a Taranto.

Vanno inoltre considerati gli effetti sulle imprese dell’indotto, che potrebbero adottare ulteriori licenziamenti o misure di cassa integrazione a causa dell’interruzione dei rapporti commerciali con AdI. La cessazione dell’attività determinerebbe quindi, sostiene l’azienda, un pregiudizio “non solo per AdI ma per l’intero tessuto occupazionale e produttivo del territorio interessato”.

La posizione di Ilva

Anche l’amministrazione straordinaria di Ilva, proprietaria degli impianti mentre Acciaierie d’Italia ne è il gestore, ha presentato un’istanza di sospensiva alla Corte d’Appello di Milano. Lo spegnimento dell’area a caldo, scrive Ilva, “si tradurrebbe in un disastro industriale, economico e sociale di proporzioni tali da rendere evidente, al di là di ogni ragionevole dubbio, la sussistenza di un danno grave e irreparabile”.

Ilva sostiene inoltre che “non sussiste allo stato attuale alcun rischio per la salute dei cittadini di livello tale da giustificare l’immediata (e irreversibile) sospensione dell’attività dell’area a caldo”, ricordando che l’Autorizzazione integrata ambientale (Aia) del 2025 è stata rilasciata dal ministero dell’Ambiente sulla base della Valutazione impatto sanitario (Vis) e del parere dell’Istituto superiore di sanità (Iss), che “concludono per l’insussistenza di rischi sanitari conseguenti all’esercizio dell’attività siderurgica nello stabilimento di Taranto” per uno scenario produttivo autorizzato di 6 milioni di tonnellate l’anno.

Ilva afferma anche che il gestore ha eseguito le prescrizioni del Piano ambientale e dell’Aia 2025, il cui termine di adempimento è già decorso. Quanto all’amianto ancora presente in alcune componenti degli impianti, tra il rivestimento metallico dei cowper e quello interno in materiale refrattario, l’azienda assicura che “viene mantenuto e sorvegliato nel pieno rispetto della legge, come certificato dalle autorita’ competenti, senza alcun rischio di dispersione” e che lo stabilimento rispetta i limiti emissivi prescritti dalla legge. La qualità dell’aria a Taranto, misurata dalle centraline dislocate in varie zone della città, anche in prossimità dello stabilimento, risulterebbe secondo Ilva “abbondantemente nei limiti di legge, tanto da risultare migliore rispetto a quella di altre citta’ italiane quali Milano e Roma”.

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