• 16 Aprile 2021 13:21

Corriere NET

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Dove vuole portarci Jannik Sinner

Apr 5, 2021

Ai medi appassionati italiani di tennis questa Sinner-Hurkacz deve aver ricordato alla lontana l’altra finale Masters 1000 a cui si era qualificato un italiano, Fognini-Lajovic a Monte Carlo 2019, e non solo per l’incredibile coincidenza pasquale. Anche lì l’italiano era l’uomo da battere, seppur di poco, in virtù del suo valore superiore e soprattutto per aver clamorosamente sconfitto in semifinale Nadal, il tiranno del Principato; ma anche lì Fognini era comprensibilmente contratto, a tratti sopraffatto dalla partita più importante della sua carriera, e per di più da favorito. Quella partita fu molto brutta, ulteriormente sporcata da un ventaccio che imperversava sul Centrale e rendeva le traiettorie ancora più ondivaghe; la vinse Fognini perché sbagliò di meno e perché fu più bravo a governare l’emozione e la tensione. C’è dunque questo filo azzurro a legare Monte Carlo 2019 e Miami 2021, le due finali più importanti degli ultimi quarant’anni di tennis maschile italiano, un filo leggerissimo come le evoluzioni mentali che condizionano qualunque partita di tennis; ma anche un oceano a separarle, non solo geograficamente. Il trionfo del quasi 32enne Fognini al Country Club fu il meritato coronamento di una grande carriera vissuta sempre un passo indietro ai grandissimi, anche per colpe dello stesso Fognini, che da lì in avanti non avrebbe più raggiunto finali (ma non disperiamo). La sconfitta del teenager Sinner, al culmine di una settimana sontuosa in cui ha polverizzato numerosi record di precocità non solo italiani, ci conduce invece a ragionamenti opposti, che è interessante analizzare in profondità.

Non vogliamo indulgere nella pestilenziale retorica del bravi-lo-stesso che da tempo affligge l’autoassolutoria narrazione dello sport italiano e che certamente stamattina troveremo dappertutto. Sinner ha giocato male, a tratti molto male, e c’è quasi da esserne sollevati vista la disumana efficacia prussiana che aveva esibito nei turni precedenti. Andando brutalmente al nocciolo della questione, questo è il tennis: uno sport dalla consistenza impalpabile come un soffio di vento, dove basta un cambio di campo per ribaltare gli equilibri (e alla fine stava capitando anche a Hurkacz, che dalle due chance per andare 5-0 e servizio si è ritrovato in dieci minuti sul 4-3 30-30). Uno sport dove, in situazioni di sostanziale parità di forze in campo, l’aspetto mentale è preponderante sul fisico e sulla tecnica, il che costringe a guardarsi dentro: non solo gli atleti ma anche i semplici spettatori sdraiati sul divano, magari dopo un impegnativo pranzo pasquale poco preparati alle discese ardite e risalite del punteggio di una finale estremamente tesa, per nulla bella, ampiamente sotto la sufficienza come giudizio estetico. Ma è proprio questa complessità psicologica, che nei casi più elevati trascende nella violenza (basti pensare al brutale epilogo della famosa Federer-Djokovic, finale di Wimbledon 2019), a rendere il tennis splendido, inimitabile, un western astratto, uno dei pochissimi sport individuali che non nasce da un’esigenza ancestrale (correre, nuotare, sciare, andare a caccia, sparare…) ma è una diavoleria progettata a tavolino probabilmente sotto l’uso di chetamina: tirare per due ore una pallina all’interno di rettangoli delimitati da righe bianche, nel modo più forte e più preciso possibile. Il tennis è scarno, due esseri umani uno di fronte all’altro e una rete in mezzo, ma proprio per questa sua natura i dilemmi che propone possono diventare assoluti.

Naturalmente ci sono anche cento motivazioni per cui Sinner ha perso da Hurkacz la sua prima finale Masters 1000 in carriera – la prima di molte, garantiscono tutti gli addetti ai lavori – che non siano solo “la tensione” o “l’emozione”. La concretezza con la prima di servizio dell’avversario, il servizio a uscire da destra che ha messo in difficoltà Jannik soprattutto nel primo set, il ritmo di palleggio volutamente basso con cui il polacco ha voluto correre meno rischi possibile, lasciando quasi sempre l’iniziativa all’avversario (e da qui sono arrivati i 39 errori non forzati, troppi per ogni scusante). Fa tutto parte di un grande mosaico a cui lo staff di Sinner, organizzato da Riccardo Piatti che è uno dei tecnici di maggior valore al mondo, sta lavorando con cura da molto prima che diventasse famoso. Sinner ci obbligherà a due cose non molto frequenti nella nostra carriera di medi appassionati di sport. La prima è abituarci all’idea di programmazione: ogni suo passo avviene in funzione del lungo periodo, di quelle “150 partite” più volte evocate da Piatti che serviranno da database per aiutarlo a cavarsela su ogni superficie e contro ogni tipologia di avversario, anche la più estrema come il famigerato francese Paire, l’autolesionista in cui Sinner si è imbattuto a Roma lo scorso settembre. La seconda è essere ottimisti al cospetto di uno degli atleti italiani meno italiani che si ricordino, e non solo per la benvenuta tendenza a bruciare le tappe: quadrato, affatto umorale, per nulla amante dell’improvvisazione, lontano mille miglia dal cliché del tennista difensivo e vagamente pallettaro, forgiatosi sulla terra battuta dei circoli federali. Da questo punto di vista abbiamo seminato benissimo, con l’Italia che proprio da oggi, con 10 rappresentanti, occupa il 10 per cento della top 100 mondiale. Credere che il lavoro porti sempre a dei risultati è forse una logica delle cose un po’ arida, forse un po’ nordeuropea, ma certamente opposta all’allegro caos di ogni argomento che ci riguardi, dal campionato di calcio ai vaccini, che viviamo con rassegnazione fatalista perché “siamo in Italia, funziona così”: ed è proprio lì che, un quindici alla volta, ha intenzione di condurci la generazione-Sinner.

Ai medi appassionati italiani di tennis questa Sinner-Hurkacz deve aver ricordato alla lontana l’altra finale Masters 1000 a cui si era qualificato un italiano, Fognini-Lajovic a Monte Carlo 2019, e non solo per l’incredibile coincidenza pasquale. Anche lì l’italiano era l’uomo da battere, seppur di poco, in virtù del suo valore superiore e soprattutto per aver clamorosamente sconfitto in semifinale Nadal, il tiranno del Principato; ma anche lì Fognini era comprensibilmente contratto, a tratti sopraffatto dalla partita più importante della sua carriera, e per di più da favorito. Quella partita fu molto brutta, ulteriormente sporcata da un ventaccio che imperversava sul Centrale e rendeva le traiettorie ancora più ondivaghe; la vinse Fognini perché sbagliò di meno e perché fu più bravo a governare l’emozione e la tensione. C’è dunque questo filo azzurro a legare Monte Carlo 2019 e Miami 2021, le due finali più importanti degli ultimi quarant’anni di tennis maschile italiano, un filo leggerissimo come le evoluzioni mentali che condizionano qualunque partita di tennis; ma anche un oceano a separarle, non solo geograficamente. Il trionfo del quasi 32enne Fognini al Country Club fu il meritato coronamento di una grande carriera vissuta sempre un passo indietro ai grandissimi, anche per colpe dello stesso Fognini, che da lì in avanti non avrebbe più raggiunto finali (ma non disperiamo). La sconfitta del teenager Sinner, al culmine di una settimana sontuosa in cui ha polverizzato numerosi record di precocità non solo italiani, ci conduce invece a ragionamenti opposti, che è interessante analizzare in profondità.
Non vogliamo indulgere nella pestilenziale retorica del bravi-lo-stesso che da tempo affligge l’autoassolutoria narrazione dello sport italiano e che certamente stamattina troveremo dappertutto. Sinner ha giocato male, a tratti molto male, e c’è quasi da esserne sollevati vista la disumana efficacia prussiana che aveva esibito nei turni precedenti. Andando brutalmente al nocciolo della questione, questo è il tennis: uno sport dalla consistenza impalpabile come un soffio di vento, dove basta un cambio di campo per ribaltare gli equilibri (e alla fine stava capitando anche a Hurkacz, che dalle due chance per andare 5-0 e servizio si è ritrovato in dieci minuti sul 4-3 30-30). Uno sport dove, in situazioni di sostanziale parità di forze in campo, l’aspetto mentale è preponderante sul fisico e sulla tecnica, il che costringe a guardarsi dentro: non solo gli atleti ma anche i semplici spettatori sdraiati sul divano, magari dopo un impegnativo pranzo pasquale poco preparati alle discese ardite e risalite del punteggio di una finale estremamente tesa, per nulla bella, ampiamente sotto la sufficienza come giudizio estetico. Ma è proprio questa complessità psicologica, che nei casi più elevati trascende nella violenza (basti pensare al brutale epilogo della famosa Federer-Djokovic, finale di Wimbledon 2019), a rendere il tennis splendido, inimitabile, un western astratto, uno dei pochissimi sport individuali che non nasce da un’esigenza ancestrale (correre, nuotare, sciare, andare a caccia, sparare…) ma è una diavoleria progettata a tavolino probabilmente sotto l’uso di chetamina: tirare per due ore una pallina all’interno di rettangoli delimitati da righe bianche, nel modo più forte e più preciso possibile. Il tennis è scarno, due esseri umani uno di fronte all’altro e una rete in mezzo, ma proprio per questa sua natura i dilemmi che propone possono diventare assoluti.
Naturalmente ci sono anche cento motivazioni per cui Sinner ha perso da Hurkacz la sua prima finale Masters 1000 in carriera – la prima di molte, garantiscono tutti gli addetti ai lavori – che non siano solo “la tensione” o “l’emozione”. La concretezza con la prima di servizio dell’avversario, il servizio a uscire da destra che ha messo in difficoltà Jannik soprattutto nel primo set, il ritmo di palleggio volutamente basso con cui il polacco ha voluto correre meno rischi possibile, lasciando quasi sempre l’iniziativa all’avversario (e da qui sono arrivati i 39 errori non forzati, troppi per ogni scusante). Fa tutto parte di un grande mosaico a cui lo staff di Sinner, organizzato da Riccardo Piatti che è uno dei tecnici di maggior valore al mondo, sta lavorando con cura da molto prima che diventasse famoso. Sinner ci obbligherà a due cose non molto frequenti nella nostra carriera di medi appassionati di sport. La prima è abituarci all’idea di programmazione: ogni suo passo avviene in funzione del lungo periodo, di quelle “150 partite” più volte evocate da Piatti che serviranno da database per aiutarlo a cavarsela su ogni superficie e contro ogni tipologia di avversario, anche la più estrema come il famigerato francese Paire, l’autolesionista in cui Sinner si è imbattuto a Roma lo scorso settembre. La seconda è essere ottimisti al cospetto di uno degli atleti italiani meno italiani che si ricordino, e non solo per la benvenuta tendenza a bruciare le tappe: quadrato, affatto umorale, per nulla amante dell’improvvisazione, lontano mille miglia dal cliché del tennista difensivo e vagamente pallettaro, forgiatosi sulla terra battuta dei circoli federali. Da questo punto di vista abbiamo seminato benissimo, con l’Italia che proprio da oggi, con 10 rappresentanti, occupa il 10 per cento della top 100 mondiale. Credere che il lavoro porti sempre a dei risultati è forse una logica delle cose un po’ arida, forse un po’ nordeuropea, ma certamente opposta all’allegro caos di ogni argomento che ci riguardi, dal campionato di calcio ai vaccini, che viviamo con rassegnazione fatalista perché “siamo in Italia, funziona così”: ed è proprio lì che, un quindici alla volta, ha intenzione di condurci la generazione-Sinner.

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