Una multa per eccesso di velocità può cadere anche per colpa, o per merito, di una fotografia scattata anni prima da un’auto di Google. Non perché Google Street View sia diventato una scorciatoia per cancellare le sanzioni stradali, ma perché in alcuni casi le immagini disponibili online possono mettere in crisi un punto del verbale: la presenza di un cartello, la visibilità della segnaletica, la classificazione della strada, il limite applicabile in quel tratto.
Un nuovo caso arriva dai Paesi Bassi. Un automobilista è stato sanzionato ad Amersfoort perché viaggiava a 62 km/h in un tratto dove il limite previsto era di 50 km/h. Secondo la ricostruzione del giudice olandese, il conducente ha contestato la multa sostenendo che il segnale di inizio centro abitato, da cui discendeva il limite inferiore, non fosse percepibile o comunque non potesse essere dato per certo nel modo in cui l’amministrazione lo aveva ricostruito. Il punto è stato il confronto con le immagini di Google Street View, dalle quali risultavano cartelli diversi prima e dopo la data dell’infrazione. Proprio questa discordanza ha impedito di accertare con sufficiente sicurezza quale segnaletica fosse presente al momento del passaggio dell’auto.
Il punto non è Google, ma il dubbio sulla prova
Le immagini di Google Street View possono diventare un elemento probatorio quando documentano lo stato dei luoghi e quando questo dato incide su un presupposto essenziale della violazione. Nel caso olandese, il problema non riguardava la velocità rilevata in sé, ma il limite da applicare in quel tratto. Se il conducente stava circolando in un’area urbana segnalata, i 62 km/h erano superiori al limite. Se invece il cartello non era presente, non era visibile o non era provabile nella sua esatta collocazione temporale, la certezza della violazione veniva meno.
Google Street View entra in questa dinamica perché possiede una caratteristica molto utile nei contenziosi: conserva immagini geolocalizzate, datate per mese e anno e in molti luoghi consente di confrontare versioni precedenti dello stesso tratto stradale. Google ha introdotto la possibilità di consultare immagini storiche di Street View già dal 2014, con raccolte risalenti fino al 2007, e la funzione permette di osservare come un luogo sia cambiato nel tempo.
In materia di multe, questi strumenti possono dimostrare la velocità, ma non sempre bastano a chiudere il ragionamento. Bisogna anche capire se il limite era imposto, se la strada era classificata nel modo giusto, se la postazione di controllo era visibile, se il cartello di preavviso era presente, se la segnaletica non era coperta da vegetazione o collocata in modo tale da non consentire all’automobilista una percezione tempestiva.
L’articolo 142 del Codice della Strada prevede che le postazioni di controllo per il rilevamento della velocità siano preventivamente segnalate e ben visibili, tramite cartelli o dispositivi luminosi conformi alle regole di esecuzione. Lo stesso articolo disciplina anche le soglie sanzionatorie per il superamento dei limiti, distinguendo tra eccessi fino a 10 km/h, oltre 10 e fino a 40 km/h, oltre 40 e fino a 60 km/h e oltre 60 km/h.
Significa che se una multa nasce da un controllo di velocità, l’amministrazione deve poter sostenere anche la regolarità del contesto di accertamento. Una fotografia di Google può servire a intaccare quel contesto, per esempio mostrando un cartello nascosto dal fogliame, una strada non riconducibile a centro abitato, un limite non segnalato o una situazione diversa da quella descritta nel verbale.
Il precedente italiano di Savona
In Italia c’è il precedente risalente al 2015, deciso dal Tribunale di Savona, che riguardava una multa per eccesso di velocità rilevata in un tratto della strada provinciale tra Toirano e Borghetto Santo Spirito. L’automobilista procedeva a 70 km/h in un punto dove il limite applicato era di 50 km/h, perché quel tratto era stato considerato urbano. La difesa ha però contestato proprio questa classificazione. Le immagini di Google Maps hanno mostrato una realtà diversa: orti, campagna aperta, poche case sparse, un cimitero e l’assenza di quel raggruppamento continuo di edifici che il Codice della Strada richiede per parlare propriamente di centro abitato.
Il giudice ha richiamato la definizione dell’articolo 3 del Codice della Strada, secondo cui il centro abitato presuppone un insieme di edifici delimitato da segnali di inizio e fine con un raggruppamento continuo costituito da almeno 25 fabbricati. Proprio l’immagine prodotta in giudizio ha contribuito a dimostrare che la zona non poteva essere trattata come centro abitato; la multa da 150 euro e la decurtazione di due punti sono state annullate.
Un Comune può anche ritenere opportuno imporre un limite più basso per ragioni di sicurezza, ma deve farlo con una motivazione specifica e coerente. Non può chiamare centro abitato un tratto che nei fatti non presenta le caratteristiche richieste dalla legge.
Il precedente di Brindisi
Un’altra vicenda riguarda il tema della visibilità della segnaletica. In quel caso davanti al Giudice di Pace di Brindisi il nodo non era l’esistenza astratta di un cartello, ma la sua leggibilità. Il Comune aveva utilizzato immagini tratte da Google per dimostrare che la segnaletica era presente; il conducente aveva opposto immagini più recenti della stessa fonte, dalle quali emergeva una visibilità compromessa dal fogliame. Il giudice ha valorizzato proprio la scarsa visibilità del segnale, collocato in alto e parzialmente coperto dalla vegetazione.
Sul piano probatorio, la giurisprudenza italiana non considera le immagini di Google come materiale irrilevante solo perché provengono da Internet. Anzi, la Corte di Cassazione ha già ammesso l’utilizzabilità di fotografie tratte da Google Street View e Google Earth in diversi contesti purché non trasformate in una prova assoluta fuori da ogni verifica.
Un riferimento è l’ordinanza della Cassazione 308 del 10 gennaio 2020, relativa a un accertamento tributario in materia di imposta pubblicitaria. In quella vicenda si discuteva anche del valore di foto tratte da Google Earth e Google Street View. La Corte ha richiamato il principio secondo cui la fotografia è una prova precostituita della conformità alle cose e ai luoghi rappresentati, salvo che chi la contesti disconosca la conformità in modo circostanziato ed esplicito.
La Suprema Corte ha anche confermato che immagini satellitari, aerofotogrammetrie e immagini tratte da Google Earth possono essere usate per ricostruire lo stato dei luoghi e la data di realizzazione di opere edilizie. In una sentenza del 16 marzo 2026 la Corte ha ritenuto corretto l’utilizzo di immagini storiche per accertare l’effettivo momento di avvio di lavori edilizi e inserito il dato visuale in un quadro probatorio più ampio.
Quando Google Street View può aiutare contro una multa
Street View può essere utile quando il ricorso si fonda su un vizio concreto. La situazione più evidente riguarda la segnaletica stradale. Se il cartello del limite di velocità era coperto, girato, danneggiato, troppo vicino alla postazione di controllo o collocato dopo un’intersezione, le immagini possono aiutare a ricostruire lo stato dei luoghi. La stessa logica vale per i cartelli di preavviso dell’autovelox, che devono essere visibili e preventivi.
Un secondo ambito riguarda la classificazione della strada. Il caso di Savona dimostra che una zona definita urbana dall’amministrazione può non avere le caratteristiche del centro abitato. Se una strada è in aperta campagna e il verbale applica un limite motivato dalla presunta urbanizzazione del tratto, la fotografia può diventare decisiva.
Un terzo terreno riguarda il mutamento nel tempo. Se la segnaletica è stata modificata dopo l’infrazione, oppure se Street View mostra una situazione diversa prima e dopo la data contestata, il giudice può trovarsi davanti a un dubbio. Non serve che l’immagine provi l’innocenza del conducente, ma basta che renda incerta la ricostruzione dell’amministrazione quando la ricostruzione è indispensabile per sostenere la multa.
Quando Street View non basta
Non ogni screenshot di Google Maps trasforma un ricorso in una causa vincente. Se l’autovelox era regolarmente segnalato, il limite era chiaro, la strada era classificata e l’immagine non riguarda il periodo dell’infrazione, il ricorso resta debole. Street View ha limiti tecnici evidenti. Le immagini non sono aggiornate in tempo reale, possono essere state scattate mesi o anni prima, non sempre coprono il punto interessato. Talvolta la prospettiva della Google Car non coincide con quella del conducente e in alcune aree la cronologia storica è incompleta. La data visibile su Street View indica il mese e l’anno della ripresa, non il giorno e l’ora. Questo dettaglio può pesare molto quando si discute di un cartello sostituito, di lavori temporanei o di vegetazione stagionale.