• 18 Agosto 2026 16:13

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Ciclo Atkinson su auto ibride, come migliorare l’efficienza

Ago 18, 2026

Nel panorama dell’automotive moderno, dove la transizione ecologica impone standard di efficienza energetica e riduzione delle emissioni sempre più severi, il motore a combustione interna ha dovuto reinventarsi. Non si tratta più soltanto di inseguire cavalli di potenza pura o accelerazioni mozzafiato, ma di estrarre fino all’ultima goccia di energia contenuta nel carburante.

In questa ricerca esasperata dell’efficienza termodinamica, i costruttori di auto ibride hanno rispolverato un brevetto risalente al lontano 1887: il ciclo Atkinson.

All’apparenza potrebbe sembrare un paradosso: come può una tecnologia ideata nel XIX secolo diventare il cuore pulsante delle auto più tecnologiche del XXI secolo? La risposta risiede in una raffinata intuizione ingegneristica che stravolge la logica tradizionale del motore a quattro tempi.

Mentre un motore convenzionale cerca di bilanciare potenza e consumi accettando inevitabili sprechi di calore ed energia, il motore a ciclo Atkinson rinuncia a una parte della potenza specifica in favore di un rendimento termico straordinario.

In questo approfondimento analizzeremo nel dettaglio come funziona questa tecnologia, qual è il ruolo cruciale della valvola di aspirazione tenuta aperta “più a lungo del solito”, e perché il matrimonio tra il ciclo Atkinson e la propulsione elettrica rappresenta una delle soluzioni meccaniche più brillanti dell’era moderna.

Dal ciclo Otto al ciclo Atkinson: una rivoluzione termodinamica

Per comprendere appieno la portata innovativa del ciclo Atkinson, è indispensabile fare un passo indietro e guardare al funzionamento del classico motore a benzina a quattro tempi, noto come ciclo Otto. Il funzionamento del cilindro si articola in quattro fasi ben distinte e di pari lunghezza geometrica:

aspirazione: il pistone scende, la valvola di aspirazione si apre e la miscela di aria e benzina viene risucchiata nel cilindro;
compressione: la valvola si chiude e il pistone risale, comprimendo la miscela in uno spazio ristretto (la camera di combustione);
espansione: la candela scocca la scintilla, la miscela brucia espandendosi violentemente e spinge il pistone verso il basso, generando la forza motrice;
scarico: la valvola di scarico si apre e il pistone risale per espellere i gas combusti.

Nel ciclo Otto, la distanza percorsa dal pistone durante la fase di compressione è identica alla distanza percorsa durante la fase di espansione. In termini tecnici, il rapporto di compressione volumetrico equivale al rapporto di espansione volumetrico.

L’ingegnere britannico James Atkinson intuì che questo pareggio geometrico rappresentava un limite termodinamico. Quando il pistone arriva al punto morto inferiore dopo la fase di espansione, all’interno del cilindro c’è ancora una pressione residua notevole e i gas di scarico sono ancora caldissimi. Aprire la valvola di scarico in quel momento significa letteralmente “buttare via” energia termica e di pressione inutilizzata.

L’idea di Atkinson fu semplice quanto geniale: fare in modo che la fase di espansione fosse più lunga della fase di compressione. Sfruttando maggiormente la spinta dei gas in espansione, si riesce a estrarre più lavoro meccanico dalla stessa quantità di carburante, scaricando nell’ambiente gas a pressione e temperatura decisamente inferiori.

Il trucco della valvola di aspirazione ritardata

Il motore ideato originale da James Atkinson nel 1887 utilizzava un complesso sistema di bielle e manovellismi articolati per far compiere al pistone corse di lunghezza diversa all’interno dello stesso ciclo. Sebbene funzionale, quel meccanismo era troppo articolato, pesante e propenso all’usura per essere impiegato su larga scala nelle automobili moderne.

La svolta moderna è arrivata applicando il principio di Atkinson sui tradizionali basamenti a quattro tempi attraverso la gestione elettronica e meccatronica della fasatura delle valvole. Ecco cosa accade nel dettaglio all’interno della camera di combustione:

aspirazione prolungata: il pistone scende fino al punto morto inferiore (PMI) aspirando la miscela aria-benzina, proprio come in un motore normale;
il ritorno di carica: quando il pistone comincia a risalire per la fase di compressione, la valvola di aspirazione non si chiude subito, ma rimane aperta per una frazione importante della corsa risalente del pistone;
espulsione parziale: risalendo a valvola aperta, il pistone spinge una parte della miscela aria-carburante appena aspirata di nuovo fuori dal cilindro, all’interno del collettore di aspirazione;
vera compressione: la valvola si chiude soltanto quando il pistone ha già percorso una parte significativa della sua corsa verso l’alto. Solo da quel momento in poi la miscela rimasta viene effettivamente compressa.

Poiché la compressione effettiva inizia in ritardo, la forza meccanica richiesta al motore per comprimere la carica è notevolmente ridotta. Tuttavia, una volta scoccata la scintilla, la corsa di espansione sfrutta l’intera lunghezza del cilindro. Il risultato netto è un rapporto di espansione nettamente superiore al rapporto di compressione reale.

Com’è possibile risparmiare carburante

L’adozione della valvola d’aspirazione a chiusura ritardata garantisce tre vantaggi termodinamici diretti che spiegano l’elevatissimo rendimento di questi propulsori.

Nei classici motori a benzina, quando si viaggia a un filo di gas, la valvola a farfalla è quasi chiusa. Il pistone deve fare una grande fatica per “risucchiare” aria all’interno del cilindro, creando un effetto ventosa noto come perdita per pompaggio. Nel ciclo Atkinson, potendo lasciare la farfalla più aperta e regolando il riempimento del cilindro tramite il ritardo della valvola di aspirazione, il motore “respira” con molta meno resistenza, sprecando meno energia meccanica solo per far circolare l’aria.

Allungando la corsa di espansione rispetto a quella di compressione, i gas combusti hanno più spazio e più tempo per espandersi e raffreddarsi, cedendo energia al pistone. La pressione dei gas allo scarico risulta così molto vicina a quella atmosferica. Meno calore disperso dallo scappamento equivale a più energia trasformata in movimento wheels-to-well.

I motori a ciclo Atkinson possono adottare rapporti di compressione geometrici molto alti (spesso superiori a 13:1 o 14:1) senza incorrere nel fenomeno della detonazione o battito in testa (autoaccensione incontrollata). Questo perché la compressione effettiva rimane contenuta grazie alla fuoriuscita di parte dell’aria, mentre l’espansione sfrutta appieno l’altissimo rapporto geometrico.

Quali sono gli svantaggi di questa soluzione

Se il ciclo Atkinson è così efficiente, per quale motivo non è stato adottato su tutte le auto a benzina fin dagli anni ’90? La risposta risiede in un importante compromesso ingegneristico: la densità di potenza. Spingendo parte della miscela aria-carburante fuori dal cilindro prima di comprimerla, la quantità effettiva di combustibile che brucia a ogni ciclo è inferiore rispetto alla cilindrata totale del motore. Un motore 2.0 litri a ciclo Atkinson comporterà una carica d’aria effettiva paragonabile a quella di un motore di cilindrata inferiore (ad esempio 1.5 o 1.6 litri).

I limiti principali riscontrati su un’auto convenzionale a solo carburante fossile includono:

mancanza di coppia ai bassi regimi: nelle ripartenze o in salita il motore appare pigro e privo di spunto;
potenza specifica ridotta: a parità di cilindrata, un motore Atkinson eroga meno cavalli di un motore a ciclo Otto;
risposta al gas meno reattiva: variare istantaneamente l’erogazione di coppia risulta più complesso.

Mantenere questa architettura su un’auto tradizionale renderebbe la guida poco piacevole, costringendo il guidatore a tirare le marce e vanificando così buona parte dei benefici sui consumi.

Perché il ciclo Atkinson conviene sulle auto ibride

Perché, quindi, introdurre questa soluzione su un’auto ibrida? Il motore a ciclo Atkinson e il propulsore elettrico costituiscono due tecnologie perfettamente complementari, in grado di annullare reciprocamente i propri difetti e amplificare i rispettivi pregi. Nelle architetture ibride (come i sistemi Full Hybrid HEV o Plug-in Hybrid PHEV):

l’elettrico copre “i vuoti” di coppia: i motori elettrici erogano la loro coppia massima istantaneamente, a zero giri. Quando il guidatore poggia il piede sull’acceleratore per partire o sorpassare, è il motore elettrico a fornire lo spunto immediato, colmando del tutto la mancanza di coppia del termico ai bassi regimi;
il termico lavora solo nella “Sweet Spot“: grazie alle trasmissioni e-CVT o ai rotismi epicicloidali dedicati, il motore a combustione non è costretto a inseguire continuamente i cambi di regime della vettura. Può essere mantenuto costantemente nell’intervallo di giri e carico in cui il ciclo Atkinson garantisce la massima efficienza (solitamente tra i 1.500 e i 3.500 giri/min);
pianificazione intelligente della fasatura: grazie ai variatori di fase elettrici ed idraulici di ultima generazione (VVT-iE e simili), i motori moderni possono passare dal ciclo Atkinson al ciclo Otto tradizionale quando si richiede la massima potenza disponibile, per poi tornare istantaneamente al ciclo Atkinson non appena le condizioni di marcia si stabilizzano.

La storia del ciclo Atkinson dimostra come spesso le migliori innovazioni tecnologiche non derivino da scoperte radicalmente nuove, ma dalla capacità di riapplicare intuizioni del passato sfruttando le tecnologie del presente.

Tenere una valvola d’aspirazione aperta qualche millisecondo più a lungo può sembrare una modifica da poco, ma rappresenta la chiave di volta termodinamica che permette alle auto ibride di superare la soglia del 40% di rendimento termico — un traguardo storicamente riservato solo ai migliori motori turbodiesel industriali.

Finché i carburanti liquidi e gassosi continueranno a far parte della transizione energetica dei trasporti, la gestione intelligente della fasatura e l’asimmetria tra compressione ed espansione rimarranno la strategia regina per ridurre emissioni e consumi ad ogni chilometro.

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