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«Bamboccioni», ecco come uscire di casa prima dei 30 anni

Ott 24, 2016

Gli ultimi dati Eurostat hanno ribadito un fenomeno gi noto: la maggioranza dei giovani nella fascia dai 18 ai 34 anni vive ancora in casa dei genitori, con una percentuale del 67,3% che fa impallidire la media europea del 47,9%. Fa peggio solo la Slovacchia, mentre cresce la distanza con partner europei come la Germania (43,1%), Francia (34,5%) e paesi-modello come la Danimarca (19,7%). Fin qui la cronaca. Ma proprio vero che non ci sono vie d’uscita? E, viceversa, i coetanei tedeschi o della Scandinavia sono davvero pi intraprendenti dei nostri under 35 o “solo” agevolati da un sistema che ne finanzia l’indipendenza? La risposta a entrambe le domande pu essere no. Vediamo perch.

Erasmus e non solo, le esperienze internazionali (e low cost)

La prima chiave per staccarsi di casa sono le esperienze all’estero. Una opportunit ancora di lite? Non detto. Se si iscritti all’universit, l’opzione pi rapida – e low cost – offerta dal pacchetto di Erasmus Plus, la versione aggiornata dal vecchio programma Erasmus. L’esperienza all’estero fin dagli anni della laurea aumenta la probabilit di raggiungere un buon grado di indipendenza, e non “solo” per il periodo di 3-12 mesi che si trascorrer all’estero. Secondo dati AlmaLaurea, i giovani con un soggiorno Erasmus in curriculum hanno il 10% di chance in pi di trovare lavoro gi a un anno dal titolo. Peccato che ad approfittarne siano ancora in pochi, se si considera che solo il 10% dei laureati nel 2015 (23.638) ha intrapreso percorsi fuori dai confini nazionali e riconosciuti dal proprio ateneo. Con squilibri notevoli tra corsi di studio e area di provenienza.

Sul fronte delle classi di studio, si crea un vero e proprio “spread” di internazionalizzazione tra dipartimenti. Se il 30% degli iscritti ai corsi in Lingue ha trascorso un periodo all’estero, la percentuale scende fino alla met (15%) per tutte gli altri corsi di laurea, con picchi minimi in insegnamento (2,9%) e professioni sanitarie (2%). Sul fronte geografico, gli studenti immatricolati nelle universit del Nord Est hanno, statisticamente, il doppio delle possibilit di trascorrere un periodo all’estero rispetto ai colleghi del Mezzogiorno: il 13,7% contro il 6,5% del Sud.

L’obiezione che l’Erasmus comunque un investimento, con il rischio di disparit a seconda del nucleo famigliare di provenienza: sempre secondo dati AlmaLaurea, i laureati Erasmus che provengono da “classe elevata” sono il 13,7%, il doppio dei colleghi delle fasce di reddito pi deboli (6,9%). Da un lato, per, va evidenziato che il contributo complessivo delle borse cresciuto fino a livelli che rendono sostenibile il soggiorno in alcuni Paesi Ue: il contributo comunitario mensile va da 230 a 280 euro mensili, in aggiunta alla quota erogata dall’ateneo (170 euro nel caso dell’Universit di Bologna) e alle misure ad hoc per studenti in condizioni socio-economiche svantaggiate. Dall’altro, non detto che l’apprendimento sia l’unica strada per la mobilit oltreconfine.

Le altre opzioni di esperienze internazionali

Lo stesso pacchetto Erasmus plus include il servizio volontario europeo (Sve), con copertura del 90% delle spese di viaggio del volontario e il resto degli esborsi (in primis vitto e alloggio) a carico dell’organizzazione ospitante. Senza dimenticare le chance che emergono da internship e gap year.

Lo stage dopo la laurea d il 25% di possibilit in pi di trovare lavoro

Anche all’interno dei confini, il “volo” fuori dal nido pu scattare con la candidatura a uno stage durante e dopo gli studi. Meglio dopo: a parit di condizioni, un tirocinio post laurea d il 25% di possibilit in pi di trovare occupazione, come emerge dallo scarto tra il tasso di occupazione dei laureati che hanno svolto un tirocinio post universit (68%) e chi non ha mai fatto un’esperienza analoga (43%).

Al di l dell’opportunit, per, il disagio pu nascere dalle condizioni di stage con rimborsi minimi e mansioni degradanti rispetto alla formazione maturata in universit. Stimoli in pi per la fuga all’estero, meta favorita dagli under 35 gi dalle primissime esperienze post universitarie. Un movimento fisiologico di “brain drain”, ricambio e mobilit dai talenti internazionali? S, se non fosse che la contabilit ingressi-uscite in rosso: l’Italia fa fatica ad attrarre studenti e neoprofessionisti stranieri, con un bilancio di poco pi di 12mila immatricolazioni (dati Miur) nell’anno accademico 2014-2015. Nello stesso 2015, secondo dati Aie (Associazione italiani all’estero), gli under 35 emigrati sfiorano quota 40mila.

Perch in Europa pi difficile essere “bamboccioni”

E qui si arriva al tasto, dolente, del confronto tra le condizioni offerte in Italia e nel resto d’Europa. I giovani italiani escono penalizzati da un sistema che non offre corsi di laurea gratis (come in Germania) o assegni mensili ad hoc per uscire di casa (si vedano i Paesi Bassi o la Danimarca). Se si ribalta il ragionamento, per, vero che in un sistema di welfare ben strutturato molto pi improbabile diventare “bamboccioni”. Prendiamo solo il caso della fascia anagrafica 25-34 anni, quella pi sensibile perch copre l’et che dovrebbe coincidere con la fine degli studi e l’inizio dell’attivit lavorativa.

In Italia la quota dei giovani ancora a casa cresciuta al 50,6%, quasi 14 volte gli standard della Danimarca (3,7%). Eppure, gli studenti italiani non svolgono i propri studi in tempi pi lunghi della media Ue. Gli ultimi dati Almalaurea evidenziano un’et media di laurea pari a 25,1 anni per i corsi di primo livello, l’equivalente dei bachelor internazionali. Troppo tardi? Forse. Ma in linea con gli standard esteri: secondo un report del think tank danese Kraka, gli studenti locali sono tra i pi lenti d’Europa a completare la propria laurea con picchi di 6,6 anni a Copenhagen. L’unica differenza? Una rete di assegni mensili e prestiti a tasso agevolato che rende sconveniente, oltrech raro, restare ancorati al nido dei genitori.

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