La rinascita di Lewis Hamilton nel mondiale F1 2026 passa attraverso scelte tecniche coraggiose e un feeling ritrovato al volante della Ferrari. Dall’abbandono del simulatore a favore del lavoro in pista, passando peri dischi Carbon Industrie, la perfetta simbiosi con l’ingegnere Carlo Santi e una nuova mentalità che di fatto guida la Rossa.
L’analisi di come il fuoriclasse britannico si sia trasformato nel vero catalizzatore e leader del nuovo progetto di Maranello.
I punti cardine che hanno posto le basi della rinascita di Hamilton
Attualmente, Lewis Hamilton è lontanissimo dalle difficoltà sofferte nella stagione 2025. Ma cosa è successo veramente? Come può un pilota rinascere alla sua “veneranda età” (41 anni suonati), dopo un mondiale passato a soffrire, ricco di dubbi e con l’ombra del ritiro? Il talento di Stevenage è ancora intatto e questo è il primo punto cruciale, al quale va sommata una serie di fattori.
Il primo è il più ovvio: il nuovo regolamento ha dato vita a monoposto più vicine allo stile di guida del britannico, considerando che le wing car non sono mai state digerite dal sette volte campione del mondo di Formula 1. L’altro punto scontato riguarda il progetto 678 della Ferrari, nato anche dai feedback di Lewis, al contrario della monoposto 2025.
Il terzo riguarda la bontà dell’auto italiana che, sebbene continui a pagare un forte deficit sulla Power Unit, a livello di meccanica, telaio e aerodinamica non ha nulla da invidiare alle altre vetture, nemmeno alla super Mercedes che sta dominando la scena. Tre macro fattori che hanno costituito un fondamento cardine su cui basare il risveglio competitivo dell’asso di Stevenage. E poi?
Lewis: contare di più sull’esperienza in pista snobbando l’aiuto del simulatore
Lewis è partito bene in campionato, ma la “dissonanza” arriva nel fine settimana di Miami. “A essere onesto, penso che il simulatore mi abbia portato nella direzione sbagliata“. Senza mezzi termini, l’inglese racconta la sua esperienza e la decisione che cambierà per sempre il volto del suo campionato: “Penso di poterlo escludere [simulatore] per ora e preparare la gara senza questo aiuto“.
Una presa di posizione importante, ribadita nel corso del fine settimana dopo la corsa: “Avrò un approccio diverso. Il modo in cui stiamo facendo la preparazione non sta aiutando. Vedremo cosa succederà, ma per il momento non andrò più al simulatore, benché parteciperò ai vari meeting in fabbrica“. Parole che fecero riflettere sulla bontà del simulatore adottato dalla Rossa.
Per l’opinione generale pareva una sorta di scusa, ma dati alla mano non è stato affatto così. Lewis ha aperto il bagaglio della sua esperienza e, direttamente in pista, abbandonando il simulatore, ha scelto un approccio inedito sulla delibera del setup di base. Studi inerenti al bilanciamento della monoposto e alle fasi di staccata. Sfida, quest’ultima, vinta anche grazie a una scelta “dolorosa” ma necessaria.
I dischi Carbon Industrie: mossa decisiva fortemente voluta da Lewis
Lewis è sempre stato un maestro in frenata. E questo vale per tutte le vetture con cui si è misurato negli ultimi 20 anni di carriera. Nel 2025, l’inglese si è spesso lamentato dell’impianto frenante, a suo modo di vedere non idoneo al suo stile di guida. Per questo ha speso una stagione intera a cercare un feeling in staccata che non è mai arrivato, arrivando a imporre al team una sorta di “aut aut”.
Di cosa si trattava? Mantenere l’impianto frenante della Brembo ma passare ai dischi della Carbon Industrie, decisamente più affini ai tratti distintivi di Lewis e in grado di fargli realizzare un netto salto di qualità. Il pilota britannico ha convinto la Ferrari, che poi si è vista recapitare la medesima richiesta da Leclerc, a qualche gara di distanza, dopo varie lamentele via radio in diversi GP.
Hamilton aveva capito che questi dischi della Carbon non erano meglio o peggio di quelli Brembo, ma semplicemente più indicati anche per la stessa meccanica della SF-26. La squadra si è resa conto di quanto i feedback di Lewis fossero importanti e da quel momento, finalmente, ha iniziato a seguire i ragionamenti dell’inglese anche su altri temi centrali. Quali?
Simbiosi totale con il team di Maranello
Il fulcro di questo ritorno ai vertici prestazionali di Lewis va anche ricercato nella simbiosi raggiunta tra Lewis e il comparto tecnico che lo circonda. La stagione 2025 si era dimostrata un’annata ostica: una lunga e avvilente fase di adattamento, durante la quale il comportamento della precedente “stirpe” di vetture, come detto, si era costantemente scontrato con lo stile di guida dell’ex Mercedes.
Questa difficile fase di transizione ha imposto un drastico colpo di spugna durante la pausa invernale. Si è trattato di una profonda presa di coscienza che ha rivisto non solo le metodologie di lavoro, ma anche l’intero assetto gerarchico all’interno dei reparti di Maranello. Lewis ha patito per una stagione intera la mancanza di un feeling autentico con i mezzi di analisi forniti dalla scuderia.
Oltre a questo, purtroppo, Hamilton ha lamentato una persistente disarmonia nella catena di trasmissione delle informazioni con il muretto box. A farne le spese è stato l’ottimo Riccardo Adami: ingegnere di primissimo piano, ma che con il britannico non ha mai “fatto scopa”. Un “non match” che ha innescato dinamiche che andavano assolutamente risolte. Ci ha pensato Vasseur, per fortuna.
Carlo Santi, l’ingegnere (che non ti aspetti) perfetto per Lewis
A volte nella vita si creano delle alchimie inattese. Fusioni che non hanno una logica apparente ma che, al contrario di quello che si potrebbe pensare, funzionano alla perfezione. Ed è proprio questa la storia che ha unito Lewis e Santi. Due figure agli antipodi che assieme si compensano. Il carattere molto sensibile e, al tempo stesso, straripante di Hamilton si sposa alla perfezione con l’indole introversa di Carlo.
Una simbiosi talmente iconica che ha scombinato i piani della Ferrari. Sì, perché la Rossa, in tempi non sospetti, aveva già prelevato l’ingegnere francese Cedric Michel-Grosjean. L’ex ingegnere di pista di Oscar Piastri, proveniente dalla McLaren, doveva prendere il posto di Adami. Tuttavia, la splendida sinergia maturata in tempi brevissimi tra Lewis e Carlo Santi ha cambiato le carte in tavola.
Hamilton si è trovato talmente bene con l’italiano da pretendere la sua presenza al muretto per accompagnarlo sempre in radio. La calma nella comunicazione e il livello di affiatamento hanno fatto la differenza. Un supporto vitale che, dopo il rapporto di collaborazione con Peter Bonnington, Lewis era convinto di non trovare mai più. Per fortuna non è andata così.
Il condottiero della Rossa: Lewis faro della Ferrari
Per chiudere il cerchio, serve un’ultima riflessione che inquadra la superba prima metà di campionato di Hamilton. L’odierna Formula 1 rappresenta un ecosistema di estrema complessità: per funzionare esige un’impeccabile sincronia tra innumerevoli variabili. Un sottile punto di equilibrio che può essere centrato solamente attraverso una cooperazione assoluta.
All’interno di tale scenario, Lewis si è eretto a vero e proprio catalizzatore. Il suo approccio parte da una profonda convinzione: ogni singolo componente della scuderia possiede un bagaglio di idee unico e inestimabile da condividere ai tavoli tecnici. Spronando l’intero gruppo a oltrepassare i propri limiti in nome di un’evoluzione costante, ha di fatto alzato l’asticella degli standard operativi generali.
Questa leadership inclusiva è stata applicata in primis a se stesso, tramite un assetto mentale rigenerato rispetto al 2025. Una condizione e un metodo di indagine meticoloso e severo che la Ferrari ha abbracciato in toto anche con il resto della squadra. Una dimostrazione lampante di come la rincorsa verso l’eccellenza sia, a tutti gli effetti, un percorso senza fine. Una strada illuminata da Lewis.