Chi stava aspettando l’allentamento delle restrizioni russe sui carburanti dovrà aspettare ancora parecchio. Il Cremlino ha deciso di prolungare lo stop totale alle esportazioni di benzina fino al 31 gennaio 2027, mentre il divieto su gasolio, carburante marino e olio combustibile resterà in vigore almeno fino a fine agosto 2026. Una scelta che arriva proprio a ridosso della scadenza originaria, fissata per il 31 luglio, e che conferma quanto la crisi energetica innescata dalla guerra continui a pesare sui mercati internazionali dei combustibili.
Blocco prorogato fino al 31 gennaio 2027
La decisione di Mosca è amara soprattutto perché arriva dopo settimane di segnali incoraggianti. Il Ministro dell’Energia russo, Sergei Tsivilev, aveva parlato a fine luglio di un sostanziale superamento della crisi dei carburanti che dalla fine di giugno aveva messo in ginocchio il Paese, colpito da ripetuti attacchi ucraini alle raffinerie. Tanto che diverse catene di distributori avevano già iniziato ad allentare le restrizioni sulla vendita di benzina e gasolio in molte regioni russe. Il governo, però, a seguito dell’ultima rappresaglia della scorsa notte ha esteso il blocco totale sull’export di benzina che dura da anni, lasciando comunque aperti i canali per accordi intergovernativi e aiuti umanitari. Parallelamente sono state approvate misure ad hoc per garantire forniture regolari ai produttori agricoli, valide fino al primo novembre. Sul fronte gasolio, invece, il vicepremier Alexander Novak ha fatto sapere che le restrizioni potrebbero essere rimosse più rapidamente, forse già a metà agosto, se le condizioni di mercato dovessero migliorare.
Il secondo esportatore di gasolio
Prima degli attacchi alle raffinerie, la Russia era il secondo esportatore mondiale di gasolio dopo gli Stati Uniti, con una media di circa 817mila barili al giorno nel corso del 2025. Un volume che si è però ridimensionato drasticamente: a giugno, dopo il colpo a una grande raffineria vicino Mosca, le esportazioni sono scese a 400mila barili giornalieri, per poi crollare ulteriormente a circa 234mila barili nei primi dieci giorni di luglio. Un tracollo che spiega da solo perché il governo russo abbia scelto la linea della cautela, blindando il mercato interno anche a costo di rinunciare a una fetta importante di entrate dall’export.
Si aggiunge a una situazione instabile
Il problema è che questo stop arriva in un momento già delicato per il mercato globale dei carburanti. Il conflitto nel Golfo Persico, con il blocco dello stretto di Hormuz, sta limitando pesantemente le esportazioni dei Paesi produttori dell’area, riducendo ulteriormente l’offerta disponibile a livello internazionale. Il risultato è una competizione sempre più accesa per i carichi statunitensi, che vede protagonisti anche grandi acquirenti come Brasile e Turchia, rimasti tagliati fuori dal gasolio russo. Un contesto che si ripercuote ovviamente anche sull’Europa, dove le raffinerie sono storicamente orientate alla produzione di benzina più che di diesel, e dove il fabbisogno viene coperto in buona parte dalle importazioni da Stati Uniti e Medioriente, oggi entrambe sotto pressione. In Italia, nel frattempo, il governo ha già corso ai ripari ripristinando lo sconto su accise sul gasolio, pari a 17 centesimi al litro, in vigore fino al 6 agosto: una misura tampone in attesa di capire quanto durerà davvero questa fase di turbolenza sui mercati dei carburanti.