AGI – Torna la mafia di Corleone, e con essa l’impronta di Totò Riina: i carabinieri della locale Compagnia hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, emessa dal gip di Palermo Claudia Rosini su richiesta della Procura distrettuale antimafia, nei confronti di tre persone ritenute responsabili, a vario titolo, del reato di associazione per delinquere di tipo mafioso. Si tratta di Mario Grizzaffi, 60 anni; Mario Gennaro, 54 anni, e Pietro Maniscalco, 63 anni. Il nome di spicco è quello di Grizzaffi: nipote del boss dei boss Totò Riina e divenuto capo del mandamento di Corleone dopo la morte sia dello zio sia di Bernardo Provenzano (11 aprile 2006).
L’indagine, condotta dal 2017 al 2023, ha consentito di definire gli assetti della famiglia mafiosa di Corleone, individuando i vertici in Grizzaffi e ricostruendo episodi significativi in cui sono state attuate condotte intimidatorie, manifestazione – spiegano gli investigatori – di una “mafia rurale ancora operativa”.
Furti, incendi e intimidazioni per controllare il territorio
Furti, danneggiamenti, incendi: erano questi i “metodi” adottati per controllare il territorio nel mandamento di Corleone da parte del clan guidato, secondo gli investigatori, dal nipote di Totò Riina. Il quadro emerge dalle indagini dei carabinieri, coordinate dalla Procura della Repubblica, che ha chiesto e ottenuto dal gip di Palermo la custodia cautelare in carcere per tre dei sei indagati, accusati di associazione mafiosa. Il provvedimento è stato emesso dal gip Claudia Rosini.
Per tre persone – Giovanni Gennaro, 47 anni, Francesco e Liborio Spatafora, di 77 e 47 anni – il gip ha respinto la misura: restano indagate a piede libero.
I reati contestati riguardano danneggiamenti, incendi e furti di mezzi appartenenti ad aziende agricole di Corleone – tra cui uno utilizzato da una cooperativa che opera in immobili confiscati alla mafia – nonché estorsioni ai danni di esercenti locali, finalizzate a ottenere dilazioni nei pagamenti di debiti. Gli indagati, sfruttando la forza intimidatoria del vincolo associativo, avrebbero esercitato un potere di controllo tale da intervenire nella risoluzione di controversie private, nella gestione dei confini dei terreni agricoli e nella compravendita degli stessi. Secondo gli investigatori, anche semplici cittadini si sarebbero rivolti a loro per ottenere autorizzazioni preventive all’acquisto di fondi agricoli o per dirimere dispute tra privati.