Le dichiarazioni di facciata non bastano a delineare il quadro completo della situazione: è questo, in sintesi, il limite delle giustificazioni addotte da Vasseur in merito al rendimento della Ferrari a Miami. Indicare la Safety Car come l’elemento che ha rovinato i piani della scuderia elude la vera criticità del momento: la SF-26 è indubbiamente un’ottima vettura, ma è penalizzata da un propulsore palesemente deficitario.
La visione distorta di Vasseur
Nell’era della Formula 1 a trazione elettrica del 2026, una simile carenza tecnica fa un’enorme differenza in pista. Il team principal della Rossa tende spesso a offrire una lettura degli eventi edulcorata. Dalla sua analisi nel post-gara, emerge che la vettura di sicurezza sia in buona parte responsabile della corsa compromessa. Il regime di doppia bandiera gialla non ha favorito Maranello, questo è chiaro.
Tuttavia, lasciare intendere che senza quella neutralizzazione l’esito sarebbe stato diverso rappresenta un alibi inadeguato. Una forzatura, insomma. È assodato che l’utilizzo dell’overtake mode garantisca un surplus di potenza cruciale per agevolare i sorpassi, ma se la Ferrari risulta così vulnerabile agli attacchi avversari, la colpa non risiede di certo nella Safety Car.
La dimostrazione più lampante è arrivata durante la Sprinter sabato: pur trovandosi negli scarichi di Piastri e avendo a disposizione il boost elettrico, Charles Leclerc non è riuscito minimamente a impensierire l’australiano. La motivazione di questa impotenza è da ricercare unicamente nei limiti del propulsore italiano. Lo stesso Lewis Hamilton, ieri a fine gara, è stato categorico su questo punto.
Senza un aggiornamento immediato alla power unit, questo mondiale si trasformerà in un inferno. La FIA si appresta a concedere al Cavallino Rampante l’intervento correttivo tramite ADUO: la soglia prevista si attesta al 2%, sebbene a questo punto la dirigenza proverà a spingere per ottenere una deroga fino al 4%. Nel mentre, la squadra deve ottimizzare ogni weekend di gara per non perdere il contatto con la vetta.
Un obiettivo clamorosamente fallito a Miami. Nel fine settimana statunitense Hamilton non è mai sceso in partita: l’inglese è parso insofferente e privo di feeling con la SF-26. Sul fronte opposto, Charles ha vissuto un weekend più positivo, ma è riuscito a massimizzare il potenziale dell’auto esclusivamente nella gara Sprint, prima di incappare nel disastroso epilogo domenicale condito da una penalità.
Serve maggiore comprensione sull’utilizzo delle coperture
Circoscrivere l’analisi al solo comparto motoristico sarebbe inesatto. Il progetto aerodinamico e meccanico italiano vanta doti indiscutibili: riconosciuta all’unanimità per l’eccellenza del proprio telaio, la SF-26 è in grado di generare una spinta verticale di primissimo livello, supportata da una trazione pura eccellente ogniqualvolta l’energia ibrida disponibile risulta sufficiente.
Oltre la PU, uno dei problemi resta la gestione degli pneumatici, come ha evidenziato la prima sessione di qualifica del fine settimana. Nel momento decisivo del passaggio dalla Q2 alla Q3, l’adozione della mescola Soft in luogo della Medium non ha restituito l’atteso incremento di grip. Leclerc ha limato il proprio crono di un misero decimo, mentre i diretti rivali dei top team hanno capitalizzato il vantaggio.
Con le gomma a banda rossa, infatti, i margini di miglioramento di Red Bull, McLaren e Mercedes erano almeno tre volte superiori rispetto alla Ferrari. Una criticità che si è vista pure sulla distanza dei 300 chilometri. Il surriscaldamento al retrotreno ha afflitto sia la numero 44 che la 16. Overheating che innesca una reazione a catena: accelera il degrado termico e inibisce la trazione.
Inoltre, se il pilota è costretto a forzare oltre il limite (come ha dimostrato il testacoda di Leclerc), genera criticità capaci di distruggere un’intera corsa. Pur considerando che la specifica della SF-26 portata a Miami ha sofferto tremendamentei tratti ad alta velocità di percorrenza, a questo punto, l’alibi della Safety Car tirato in ballo dal boss della Ferrari regge ben poco.
Leclerc non aveva il passo per vincere e prendere il podio era un risultato davvero al limite, dato ammesso con onestà dallo stesso Charles. Se è comprensibile che il capitano della nave tenda sempre a proteggere e a elogiare il lavoro del proprio team, riconoscere lucidamente l’entità dei problemi sarebbe decisamente più utile alla causa. Inoltre serve una disamina preliminare sul pacchetto di aggiornamenti introdotto in Florida.
Il lavoro sul drag non emerge: colpa di una power unit debole
L’intervento tecnico ha coinvolto quasi tutte le aree nevralgiche della SF-26: ala anteriore, gruppo sospensivo, bargeboard, fondo, scarico FTM e la discussa ala Macarena. Uno degli obiettivi di questa evoluzione era abbattere la resistenza all’avanzamento. L’equazione è chiara: mantenere inalterato il carico verticale riducendo il drag si traduce automaticamente in velocità di punta superiori.
Un vantaggio vitale per chi mostra un deficit motoristico. Eppure l’analisi non evidenzia vantaggi concreti sotto questo aspetto. È prematuro trarre sentenze definitive su un update di tale portata dopo un solo fine settimana. Per di più condizionato dal format Sprint. Tuttavia, è palese come la tanto attesa ala Macarena 2.0 non abbia risolto i problemi cronici della monoposto.
Scenario che assume contorni ancora più netti se prendiamo in considerazione l’efficienza operativa della Red Bull, capace di assimilare e perfezionare una soluzione che la Ferrari aveva introdotto già durante i test in Bahrain. Gli ingegneri di Milton Keynes hanno infatti studiato la specifica di Maranello e l’hanno riprodotta rendendola più efficace, a quanto sembra.
Nella versione della RB22, c’è una rotazione inversa per abbattere i tempi di transizione, altresì garantendo un delta di spazio maggiore tra le due modalità straight e corner. Un lavoro di che si traduce in un utilizzo in pista superiore. Per avere una mappa prestazionale definitiva della Ferrari e giudicare il reale valore della vettura italiana, l’appuntamento è rimandato alla tappa di Montreal.