• 27 Marzo 2026 16:35

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Il rischio di estinzione dei Neanderthal entra nella loro storia ben prima dell’ultima convivenza con Sapiens

Mar 27, 2026

Per molto tempo la scomparsa dei Neanderthal è stata raccontata come l’esito quasi diretto dell’arrivo di Homo sapiens in Eurasia. Il paleoDNA sta imponendo una storia più lunga e più dura. Quando incontrano ripetutamente la nostra specie, i Neanderthal sono già una popolazione segnata da crisi precedenti, da numeri ridotti, da forte frammentazione geografica e da una diversità genetica che in Europa si era già drasticamente assottigliata. Il punto nuovo, ed è un punto importante, è proprio questo: il rischio di estinzione entra nella loro storia ben prima dell’ultima convivenza con Sapiens.

 

Un primo lavoro mostra che quasi tutti i Neanderthal tardivi del continente europeo appartengono a una sola linea di DNA mitocondriale, diversificatasi circa 65 mila anni fa. In sostanza, questo significa che derivano tutti da una sola madre, comparsa relativamente di recente prima della loro definitiva estinzione. Prima, tra circa 120 e 57 mila anni fa, in Europa e in Eurasia circolavano più linee, discendenti di madri diverse; dopo, domina quasi ovunque un solo ramo, con rare sopravvivenze periferiche di lignaggi più antichi. Gli autori leggono questo dato insieme all’archeologia e vedono una contrazione geografica seguita da una riespansione. In sostanza, una parte consistente della varietà neanderthaliana europea sparisce durante l’ultima glaciazione, una popolazione sopravvive probabilmente in un rifugio collocato nel sud-ovest della Francia durante il picco del freddo, e da lì si diffonde di nuovo sul continente a glaciazione terminata. Il risultato è che, prima dell’ultimo incontro con i Sapiens in Europa, i Neanderthal appaiono ormai avere varietà genetica molto ristretta, il classico marcatore di una popolazione fragile.

 

Questo passaggio cambia il modo di guardare all’estinzione della specie a noi più prossima. Quando si guarda solo all’ultima fase, tra circa 45 e 40 mila anni fa, si vede il crollo finale. Quando si guarda la storia più in profondità, si vede che i Neanderthal avevano già perso robustezza genetica prima. Vi era stata una grande sostituzione genetica su scala europea, preceduta da una lunga stasi e associata a condizioni climatiche dure tra circa 73 e 60 mila anni fa. È il segnale di una specie che attraversa colli di bottiglia ripetuti, con contrazioni e riespansioni che ridisegnano più volte la sua struttura demografica. La loro ultima scomparsa arriva alla fine di questa storia, ma il rischio deve essere stato ripetuto.

 

Un secondo studio sposta lo sguardo verso le montagne dell’Altai, nell’Asia centrale, e rafforza la stessa impressione. Da un piccolo frammento osseo della grotta di Denisova – sì, proprio la stessa grotta che tanto ha rivoluzionato la storia delle nostre radici negli ultimi decenni – è stato ricavato il genoma ad alta copertura di un maschio neanderthaliano vissuto circa 110 mila anni fa. Quell’individuo risulta più vicino a un altro Neanderthal di Denisova di circa 120 mila anni fa che ai Neanderthal europei o a quello di Chagyrskaya, più tardo e vissuto pure nell’Altai. I due Neanderthal di Denisova mostrano anche tracce di flusso genico denisovano, confermando numerosi dati precedenti di ibridazione ricorrente fra uomo di Neanderthal e un’altra specie vicina a noi, l’uomo di Denisova. La cosa più interessante però è l’estensione delle regioni di omozigosi nei Neanderthal dell’Altai tra 120 e 80 mila anni fa indica gruppi più piccoli e più isolati di quelli europei tardi. Ogni individuo riceve due copie di ciascun tratto di DNA, una dalla madre e una dal padre. Quando le due copie risultano uguali, quel tratto è detto omozigote, e la percentuale di tratti omozigoti posseduta è detta omozigosi. Un certo livello di omozigosi è normale in qualunque popolazione. Quando però nel genoma compaiono molti tratti lunghi e continui di omozigosi, significa che la copia paterna e quella materna dello stesso segmento derivano da un antenato comune recente. In termini semplici, vuol dire che i genitori dell’individuo erano biologicamente più vicini tra loro di quanto accada in una popolazione ampia e ben mescolata. Per questo l’omozigosi elevata, soprattutto quando si presenta in lunghi blocchi, è una spia della consanguineità: indica che in gruppi piccoli e isolati aumenta la probabilità che lo stesso tratto genetico circoli più volte e si ritrovi da entrambi i lati del pedigree. Nei Neanderthal di Denisova questo segnale trovato nell’ultimo studio è particolarmente importante, perché suggerisce gruppi piccoli, dispersi e poco connessi, dunque più esposti alla consanguineità, alle malattie a questa correlate e alla perdita progressiva di variabilità genetica.

 

Messo accanto al quadro europeo successivo, questo risultato acquista peso. In oriente, molto prima dell’ultima fase della storia neanderthaliana, troviamo gruppi piccoli e isolati. In Europa, più tardi, troviamo il segno di un collasso della diversità, seguito da una riespansione a partire da una popolazione rifugio. Le due storie non sono identiche, e nessuno dei due lavori sostiene una causa unica valida per ogni regione e per ogni tempo. Tuttavia, entrambe convergono su un’immagine comune: i Neanderthal hanno vissuto a lungo al margine della diversità genetica e della numerosità necessaria a sostenere una specie, mantenendo per centinaia di migliaia di anni una presenza vasta ma spesso demograficamente fragile.

 

A questo punto anche il rapporto con Homo sapiens va rimesso nella giusta prospettiva. I contatti fra le due popolazioni non furono episodici: studi genomici recenti hanno identificato almeno due episodi distinti di ibridazione fra umani moderni e Neanderthal e hanno mostrato che i Neanderthal campionati conservavano una quota misurabile di DNA derivato da “nonni” Sapiens. Questo significa che la loro storia e la nostra si sono intrecciate più volte. Quando però quei contatti diventano più frequenti nell’ultima parte del Pleistocene, i Neanderthal portano già addosso il peso di una lunga fragilità strutturale. La competizione, l’assorbimento genetico, le differenze di numerosità e di connessione tra reti sociali agiscono allora su una popolazione che era già stata ristretta da crisi precedenti e più volte sull’orlo dell’estinzione. Anche il crollo finale, nel lavoro europeo, ha questa forma. La dimensione della popolazione materna dei Neanderthal tardivi comincia a diminuire rapidamente intorno a 44,5 mila anni fa e tocca un minimo verso 42 mila anni fa, poco prima della scomparsa. Qui si vede l’ultimo tratto della curva. Sarebbe però un errore leggere quel tratto come una catastrofe isolata. I dati invitano a vederlo come l’ultimo cedimento di una struttura demografica che aveva già subito perdite ripetute di varietà e di ampiezza.

 

La domanda “perché loro si sono estinti e noi siamo rimasti?” resta aperta, e probabilmente resterà tale ancora a lungo nei suoi dettagli fini. Oggi però la si può formulare meglio. Non si tratta soltanto di capire che cosa abbia fatto Homo sapiens ai Neanderthal negli ultimi millenni della loro storia. Si tratta di capire perché una specie umana capace, adattata, diffusa dall’Atlantico alla Siberia, abbia attraversato più volte la soglia del collasso demografico, riuscendo ogni volta a tornare visibile nel paesaggio preistorico, ma con una base genetica sempre più ristretta. Fino all’ultima crisi, dopo il nostro ultimo incontro, quando i superstiti di un piccolo gruppo di Neanderthal che aveva ripopolato l’Europa sparirono.

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