• 23 Marzo 2026 17:21

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Benzina in calo ma diesel da record, il taglio delle accise non basta: urge intervento

Mar 23, 2026

I numeri che oggi lampeggiano sui tabelloni delle stazioni di servizio non sono cifre banali, ma sono il simbolo di un’economia che rischia la paralisi. Ogni centesimo in più è una ferita nel bilancio di famiglie e imprese, già vessate su più fronti.  Lo scoppio della guerra in Iran e le conseguenti tensioni registrate in tutto il Medio Oriente, specialmente intorno allo strategico Stretto di Hormuz, hanno generato un’escalation che ha immediatamente incendiato le quotazioni internazionali del greggio e del gas.

Di fronte a un’impennata dei prezzi senza precedenti, il governo italiano è dovuto intervenire d’urgenza con il decreto che ha temporaneamente tagliato le accise di 25 centesimi per cercare di tamponare una scalata che sembrava inarrestabile. Tuttavia, quella che doveva essere una boccata d’ossigeno si è rivelata, nel giro di soli pochi giorni, una parziale illusione. La benzina è calata, ma il diesel è sempre alle stelle.

La genesi del caos

Per comprendere la gravità della situazione, bisogna guardare ai giorni immediatamente precedenti all’intervento governativo. Il 18 marzo è stato il punto di non ritorno: il prezzo industriale dei carburanti era già fuori controllo. Con l’inizio delle ostilità in Medio Oriente, i mercati hanno reagito con un “rally” delle quotazioni che ha reso il gasolio una merce rara e costosissima.

Il governo ha tentato la carta del taglio delle accise, una misura drastica mirata – come abbiamo visto – a ridurre di 25 centesimi il prezzo alla pompa. Tuttavia, la realtà si è dimostrata più forte della burocrazia. Mentre il Ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit) sottolineava che la benzina, scesa a 1,713 euro, era “più conveniente” rispetto alla media degli anni passati (inclusi i picchi dell’invasione dell’Ucraina del 2022), il vero dramma si consumava sul fronte del gasolio. Il diesel, infatti, ha toccato il record di sempre a 1,966 euro al litro, segnando un +31 centesimi rispetto al 2025.

Perché il taglio non si vede

La questione centrale che tormenta gli automobilisti è semplice: dove sono finiti i 25 centesimi promessi? La risposta fornita dalle analisi del Codacons e dell’Unione Nazionale Consumatori è spiazzante. In soli due giorni, l’82% del taglio delle accise sul gasolio è “sfumato”, divorato dall’aumento inarrestabile del prezzo industriale. Per la benzina, lo sconto è stato vanificato per il 30%.

I dati regionali pubblicati dal Mimit mostrano un’Italia spaccata e preda di anomalie ingiustificabili. Se la Valle d’Aosta è risultata la regione più “virtuosa”, con cali vicini ai 19,7 centesimi per la benzina, in Molise il gasolio è sceso di appena 12,6 centesimi, quasi la metà di quanto atteso. In Campania e Calabria, i listini al self-service sono rimasti pericolosamente vicini alla soglia dei 2 euro, mentre sulle autostrade il diesel ha continuato a svettare a 2,045 euro al litro.

Questa situazione non è solo frutto di dinamiche macroeconomiche. Il Garante per la sorveglianza dei prezzi ha individuato una sacca di resistenza pari al 2,7% degli impianti che, invece di adeguare i prezzi al ribasso, li hanno addirittura aumentati, diventando oggetto di controlli mirati da parte della Guardia di Finanza. Tuttavia, il problema reale non sono i singoli gestori (che spesso non decidono i prezzi), ma le compagnie petrolifere e il rally delle quotazioni internazionali.

Un settore in ginocchio

Se per un privato cittadino il rincaro è un fastidio non da poco, per chi lavora sulla strada è una condanna. In Italia, il 90% delle merci viaggia su gomma, e il costo del gasolio incide per circa il 30% sui costi operativi delle imprese di trasporto. La Cgia di Mestre ha calcolato che, rispetto alla fine del 2025, fare il pieno a un autocarro sotto le 7,5 tonnellate costa oggi 172 euro in più. Su base annua, l’aggravio per ogni singolo mezzo è di circa 12.350 euro.

A pagare il conto sono oltre 300.000 attività tra agenti di commercio, autotrasportatori, tassisti e bus operator, con la Lombardia e il Lazio in cima alla lista delle regioni più colpite. A questa crisi si aggiunge la “beffa” denunciata da Confagricoltura: il decreto-legge ha infatti escluso il settore agricolo dal taglio delle accise, lasciando uno dei comparti più esposti alle conseguenze della crisi senza alcuna protezione.

L’onda d’urto: gas ed elettricità

Il caos carburanti è solo la punta dell’iceberg. La guerra contro l’Iran ha fatto decollare anche le tariffe del gas, con rincari per i canoni fissi del mercato libero che oscillano tra il 13% e picchi del 45%. Le società fornitrici hanno reagito tagliando drasticamente le offerte a prezzo fisso, lasciando gli utenti in balia della volatilità del mercato. Persino la ricarica elettrica, spesso vista come rifugio, è passata mediamente da 70 a 100 euro (+43%), dimostrando che non esiste un porto sicuro in questa tempesta energetica.

La crisi vista dai distributori

Le testimonianze che arrivano dalle stazioni di servizio descrivono una realtà frenetica e instabile. Un gestore racconta come i prezzi possano cambiare più volte nella stessa giornata: “Di mattina sembrava che il prezzo fosse calato, invece quando è arrivato il camion a scaricare ho controllato che il prezzo era già andato su“. La FIGISC (Federazione Italiana Gestori Impianti Stradali Carburanti) parla di una crisi inusitata, peggiore di quella vissuta nel 2022.

Il bollettino della FIGISC è impietoso: in soli due giorni lo sconto è stato quasi vanificato e le code alle casse dei pochi distributori ancora “economici” testimoniano il nervosismo sociale. Gli esperti suggeriscono che, di fronte a mercati internazionali così aggressivi, le sole misure nazionali di riduzione delle tasse non bastano più.

Cosa aspettarsi adesso

Il vero timore è che il peggio debba ancora venire. Il taglio delle accise ha una durata prevista di soli 20 giorni. Se il prezzo industriale continuerà a crescere a questo ritmo, entro pochi giorni la riduzione della tassazione sarà totalmente invisibile.

La Cgia di Mestre e le associazioni dei consumatori concordano: servono interventi a livello Ue per permettere ai singoli Paesi di ridurre in modo stabile le tasse senza mettere a rischio i conti pubblici. Senza misure strutturali di riduzione dei consumi l’Italia rischia di restare imbottigliata in un’emergenza permanente, dove lo sconto di oggi è solo il rincaro di domani. La questione non è più se i numeri siano o meno osservati, ma se il sistema Paese riuscirà a sopravvivere al loro peso. Tuttavia, restiamo fiduciosi.

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