• 23 Marzo 2026 18:44

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Petrolio: gli analisti temono un’altra settimana “nera”

Mar 23, 2026

AGI – Sarà una nuova settimana di passione per i mercati, con i prezzi del petrolio sempre sorvegliati speciali. Gli analisti però non si aspettano buone novità anzi sembra che siano destinati a salire ulteriormente alla ripresa delle contrattazioni, dopo aver chiuso venerdì scorso al livello più alto degli ultimi quattro anni. Il Brent ha registrato un rialzo del 3,26% a 112,19 dollari al barile, il livello più alto dal luglio 2022. Sull’andamento hanno pesato le minacce di Stati Uniti e Iran di colpire gli impianti energetici, e gli effetti potrebbero ancora farsi sentire. Certo, le notizie secondo cui Trump starebbe pensando ad una squadra per i negoziati mentre Teheran ha posto delle condizioni ma non ha escluso totalmente la possibilità di avviare una trattativa potrebbero influire positivamente ma il mood resta negativo.

Ieri il presidente americano ha minacciato di “annientare” le centrali elettriche iraniane se Teheran non dovesse riaprire completamente lo Stretto di Hormuz entro 48 ore, una significativa escalation a meno di un giorno dopo aver parlato di “allentare” la guerra, giunta ormai alla sua quarta settimana. Dal canto suo l’Iran ha avvertito che potrebbe attaccare le infrastrutture legate agli Stati Uniti, comprese quelle energetiche e di desalinizzazione nel Golfo, se Trump dovesse mettere in atto la sua minaccia. “La minaccia del presidente Trump ha ora posto sui mercati una bomba a orologeria di 48 ore che alimenta l’incertezza“, ha affermato a Reuters Tony Sycamore, analista di mercato di IG secondo cui se l’ultimatum non verrà ritirato, i prezzi del petrolio registreranno domani un’impennata. “Ciò significa chiaramente un’ulteriore escalation, il che comporta prezzi del petrolio più elevati. Alcuni pensano erroneamente, tuttavia, che l’Iran possa cedere”, ha affermato a Reuters Amrita Sen, fondatrice di Energy Aspects.

Prospettive future e impatto economico

Spaventa anche il futuro con il direttore dell’AIE Fatih Birol che prevede un periodo fino a 6 mesi per il ripristino delle forniture dal Golfo del Medio Oriente. Sulla fine della guerra, spiegano gli analisti, pesano effettivamente le prossime decisioni di Trump il quale è diventato di fatto la leva che fa salire o scendere i prezzi globali dell’energia. Il presidente USA deve fare i conti anche con il fronte interno: negli Stati Uniti i prezzi della benzina sono aumentati di quasi un dollaro, ovvero del 33% nell’ultimo mese con evidenti ripercussioni anche sull’inflazione e sull’economia. Poi considerato che lo Stretto di Hormuz è anche un canale per i componenti dei fertilizzanti, questi stanno scarseggiando mettendo l’agricoltura statunitense “in un territorio inesplorato” come ha spiegato un agricoltore del Michigan alla CNBC.

La strategia di Trump e le previsioni a lungo termine

Dal canto suo, Trump afferma di aver previsto l’aumento dei prezzi della benzina quando è entrato in guerra e lo considera un prezzo necessario per neutralizzare la minaccia di ulteriori aggressioni iraniane, nucleari e non. La Casa Bianca sostiene poi che i prezzi scenderanno drasticamente quando le ostilità finiranno. Secondo gli analisti, i prezzi potrebbero effettivamente scendere dopo la fine della guerra, ma per ora i mercati stanno scontando una guerra costosa: secondo i dati di Factset, gli operatori si aspettano che il prezzo del petrolio rimanga sopra gli 80 dollari al barile fino a luglio 2027. Questo perché temono che, nonostante tutto il suo potere individuale, Trump potrebbe non essere più in grado di porre rapidamente fine alla guerra e che potrebbe essere necessaria un’invasione terrestre per sradicare le minacce di Teheran. E anche se Trump ha dichiarato di non prendere in considerazione l’uso di forze di terra, l’esercito statunitense sta spostando più personale e navi nella regione. Di certo, una battaglia terrestre aggiungerebbe settimane o mesi al tempo necessario affinché i prezzi del petrolio tornino alla normalità, mentre l’escalation del conflitto potrebbe danneggiare ulteriormente gli impianti di produzione energetica nella regione. Se questo tipo di operazione andrà avanti, sostengono gli esperti, dipende principalmente da Trump.

A livello globale intanto, riferisce il Financial Times, le trattative nel settore petrolifero e del gas hanno subito un rallentamento o sono state sospese, poiché le aziende attendono che i mercati si calmino e i prezzi del greggio si stabilizzino.

“Tutto si è semplicemente fermato”, ha affermato al quotidiano britannico Bryan Loocke, partner dello studio legale Vinson & Elkins specializzato in fusioni e acquisizioni nel settore petrolifero e del gas. “Sto gestendo un paio di operazioni, si tratta di contratti a lungo termine, ma al momento tutto è paralizzato perché nessuno è in grado di stabilire un prezzo“.

Le aspettative future e l’incertezza

In termini appunto di operazioni, gli esperti del settore prevedevano un altro anno intenso nel 2026 a seguito di un ulteriore consolidamento nel settore dello shale, della crescente domanda internazionale di gas statunitense, in particolare da parte delle aziende asiatiche, e dell’aumento della domanda energetica derivante dallo sviluppo dell’intelligenza artificiale. Ma ora le aspettative si sono ridimensionate e le trattative dovrebbero rimanere in sospeso finché le prospettive sull’Iran rimarranno incerte. Come ha sintetizzato Austin Lee, partner dello studio legale Bracewell, “ci sono dinamiche che devono stabilizzarsi prima di poter prevedere un ridimensionamento del divario tra venditori e acquirenti“.

 

 

 

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