• 16 Marzo 2026 23:44

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F1, il boomerang di Binotto: ride della Ferrari scordando i flop

Mar 16, 2026

Mattia Binotto esalta la rigorosa pianificazione dell’Audi e sorride dei diciotto anni senza titoli della Ferrari. Un’amnesia selettiva che omette il suo ruolo di vertice, e i disastri sportivi, proprio durante quel lungo digiuno. L’editoriale su una rilettura del passato che finisce per trasformarsi in un imbarazzante autogol.

L’uscita totalmente fuori luogo

Mattia Binotto, ex Ferrari, ci racconta di un piano metodico per portare l’Audi ai vertici della Formula 1: tre anni per costruire le fondamenta e due per consolidare la struttura, con l’obiettivo finale di arrivare a lottare per il titolo mondiale. Un orizzonte temporale rassicurante, un porto sicuro in cui poter lavorare al riparo dalle perenni tempeste mediatiche e dall’ansia del risultato immediato.

È l’apoteosi del metodo “tedesco e svizzero”, un inno alla pianificazione che l’ingegnere sembra abbracciare con il fervore sincero dei neofiti. E fin qui, nulla da eccepire. Ogni manager ha il diritto e dovere, di esaltare l’ambiente e le prospettive della propria nuova azienda. Ma il cortocircuito si innesca quando a tale visione del futuro si affianca una stonata, rilettura del passato.

Interrogato sull’ipotesi di rendere la sua nuova scuderia una superpotenza capace di eguagliare la Ferrari, l’ex Team Principal di Maranello si è lasciato sfuggire una risata che suona fatalmente fuori tempo. “Perché dovrei? Non vincono dal 2008. Voglio che Audi vinca“. Una battuta che vorrebbe essere leggera, forse solo goliardica, ma che finisce inevitabilmente per somigliare a un boomerang lanciato con un po’ troppa disinvoltura.

L’amnesia selettiva verso la vita in Ferrari

C’è un che di surreale nell’ascoltare chi ha tenuto saldamente il timone della Scuderia per diverse annate ironizzare su un digiuno iridato di cui è stato, a tutti gli effetti, uno dei protagonisti più influenti. Se è un fatto inconfutabile che a Maranello il titolo piloti manchi dal lontano 2008, è altrettanto vero che Binotto non è stato un semplice spettatore pagante in questa lunga traversata.

Al contrario era attore principale, investito a lungo dei massimi poteri tecnici e decisionali. Quando si sorride dei ritardi altrui, la memoria dovrebbe avere l’eleganza di non fare sconti a se stessi. E magari richiamare alla mente anche le stagioni più complesse e nebulose della propria gestione. È difficile, infatti, non tornare col pensiero al biennio 2019-2020.

Uno snodo cruciale che ha segnato profondamente la storia recente della Rossa. Sotto la sua direzione, la Ferrari mise in pista una power unit dalle prestazioni velocistiche sbalorditive, nel 2019. Talmente eccezionali da sollevare i dubbi dell’intera griglia e spingere la Federazione Internazionale a un’indagine approfondita.

Un’inchiesta che, come noto, si concluse con un controverso e mai del tutto chiarito accordo riservato tra la FIA e la scuderia. Il conto di quell’intesa fu presentato, salatissimo, l’anno successivo. Orfana delle soluzioni tecniche finite sotto la lente d’ingrandimento, la monoposto del 2020 si scoprì improvvisamente fragile e lenta, costretta a lottare con enorme fatica a centro gruppo.

Fu un campionato difficilissimi, che finì per compromettere lo sviluppo a lungo termine e inflisse un duro colpo al morale della squadra. Insomma, se il digiuno della Ferrari si è protratto fino a sfiorare la maggiore età, una parte non trascurabile di quelle annate a vuoto porta in calce proprio la sua firma.

Binotto: il paradosso del metodo

Ma è sul terreno della cultura aziendale che le dichiarazioni del neo-dirigente Audi assumono i contorni di un vero e proprio paradosso logico. Nel suo elogio al nuovo metodo di lavoro, Binotto sottolinea come in Ferrari “i processi decisionali non esistevano, si provava e basta“, descrivendo un ambiente caotico e privo di pianificazione in cui, a suo dire, si procedeva per tentativi.

Un’affermazione che lascia, per usare un eufemismo, quantomeno perplessi. Immaginiamo un celebre architetto che, dopo aver trascorso un quarto di secolo a progettare e supervisionare i lavori di un grande palazzo, arrivando persino a diventarne il direttore generale dei cantieri, si trasferisca in un altro studio e inizi a lamentarsi pubblicamente di come quel palazzo sia stato costruito senza fondamenta solide e senza un vero progetto strutturale.

Chiunque lo ascoltasse si farebbe una domanda molto semplice e legittima: ma se l’assenza di regole e di metodo era così evidente, chi avrebbe dovuto introdurle, se non proprio la persona che ricopriva il ruolo apicale? Accusare un’azienda in cui si è lavorato per venticinque anni di mancare di processi decisionali, dopo esserne stati per lungo tempo il massimo responsabile sportivo, significa, in ultima analisi, muovere una critica spietata al proprio stesso operato.

È del tutto comprensibile che l’approccio strutturato di un colosso come Audi offra garanzie e serenità differenti rispetto alla perenne e vulcanica pressione di Maranello. Ed è profondamente umano cercare nuovi stimoli e apprezzare metodologie più ordinate. Tuttavia, la classe imporrebbe di guardare al futuro senza avvertire la necessità di sminuire il passato, soprattutto quando quel passato lo si è plasmato in prima persona.

In attesa di vedere i frutti del piano quinquennale svizzero-tedesco, la lezione che emerge da queste dichiarazioni è antica quanto il mondo: riscrivere la storia a proprio piacimento, sperando in un’amnesia collettiva, è un esercizio rischioso. Perché alla fine, le scelte e le responsabilità rimangono impresse sull’asfalto, molto più a lungo di una risata sfuggita durante un’intervista.

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