• 13 Luglio 2026 10:54

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Volkswagen, l’AD Blume risponde sull’ipotesi di chiusura stabilimenti

Lug 13, 2026

Dopo le indiscrezioni dei media tedeschi sulla possibile chiusura di quattro stabilimenti del gruppo entro il 2031, l’amministratore delegato di Volkswagen Oliver Blume è uscito allo scoperto con un’intervista, prendendo le distanze dall’ipotesi delle chiusure e parlando di “soluzioni più intelligenti” per tagliare i costi. Parole che hanno il sapore di un tentativo di abbassare la temperatura dopo giorni di tensione con il sindacato dei metalmeccanici, che sui piani di ristrutturazione del gruppo mantiene un peso specifico non trascurabile, occupando ben dieci seggi nel consiglio di sorveglianza.

Soluzioni più intelligenti

Il concetto che Blume ha scelto di mettere al centro dell’intervista è quello dell’intelligenza delle soluzioni, contrapposta implicitamente alla brutalità di uno stop agli stabilimenti. Il ragionamento di fondo è che chiudere un impianto non è l’unica strada percorribile per ridurre i costi, e che Volkswagen ha già dimostrato di saper trovare percorsi alternativi, l’anno scorso per esempio i costi negli stabilimenti tedeschi sono stati ridotti di un quinto in media, un risultato che lo stesso Blume ha definito un “grande progresso”. Il problema, però, è che il progresso fatto finora non basta. Le sue parole al riguardo sono state piuttosto dirette: i prodotti del gruppo sono apprezzati dal mercato, ma non generano margini sufficienti a coprire la struttura di costo attuale. Serve continuare a tagliare, in ogni ambito.

Strategie alternative

Sul fronte strategico, il piano di Blume punta a concentrare i volumi di vendita su un numero inferiore di modelli, eliminando le sovrapposizioni interne che negli anni si sono accumulate in un gruppo che conta oltre una decina di marchi. Una logica che ha senso sulla carta, ma che richiede tempo per dispiegarsi nei numeri reali.

Il piano di ristrutturazione ha però già incontrato resistenze. Secondo quanto riportato dai media tedeschi, durante una riunione tenutasi giovedì scorso a Wolfsburg 12 dei 19 membri del consiglio di sorveglianza avrebbero respinto le proposte presentate dall’amministratore delegato. Un voto che di per sé non blocca il percorso, ma che ne rende il terreno notevolmente più accidentato.

Ambiente difficile

C’è però un contesto che Blume vuole che venga tenuto nella giusta considerazione, e ha usato l’intervista per ricordarlo esplicitamente. Le difficoltà attuali del gruppo non nascono da errori gestionali isolati o da scelte sbagliate su un singolo modello: sono il prodotto di un ambiente competitivo che si è fatto progressivamente più ostile su più fronti contemporaneamente.

La concorrenza cinese, negli ultimi anni, ha colpito Volkswagen in modo particolarmente pesante proprio nel mercato in cui il gruppo aveva storicamente uno dei suoi punti di forza più solidi: la Cina, appunto. Le case locali hanno guadagnato quote di mercato a ritmo sostenuto, e i volumi che Volkswagen riusciva a spostare qualche anno fa in quel paese sono diminuiti in modo sensibile.

A questo si sono aggiunti i dazi commerciali statunitensi, che hanno compresso i margini dei marchi premium del gruppo riducendo il contributo economico che storicamente questi brand garantivano all’equilibrio complessivo del portafoglio. I costi di manodopera ed energia in Germania restano strutturalmente elevati rispetto alla concorrenza internazionale, e il peso burocratico aggiunge ulteriore attrito a un sistema già sotto pressione.

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