• 12 Maggio 2021 7:41

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Università di Bologna, la rivoluzione rosa parte dal linguaggio

Giu 29, 2016

BOLOGNA – Professoressa, direttrice di dipartimento, ricercatrice, dottoressa. La rivoluzione rosa in Ateneo parte dal linguaggio. Se la neo sindaca di Roma ha dribblato, “chiamatemi Virginia”, le accademiche di Bologna non hanno dubbi: usate, per chiamarci, le forme femminili che sono, ricorda la prorettrice Chiara Elefante, “grammaticamente, e non solo politicamente, corrette”. La svolta, guidata dalla linguista con delega delle risorse umane, arriverà già da domani. Nel portale, nella rubrica d’Ateneo, in tutti i documenti saranno inseriti i nomi di ruoli e cariche al femminile. Lo stesso bilancio sociale è stato redatto con attenzione al genere.

Un passo che appare insignificante, eppure l’uso della lingua fa parte della costruzione identitaria di una comunità. E il maschile in accademia la fa da padrone, nei fatti. Solo nel 2015 le professoresse ordinarie erano 142 contro 514 colleghi maschi (assenti nei dipartimenti di Architettura e Ingegneria industriale, appena tre a Scienze aziendali e Scienze mediche e chirurgiche).

La parità di genere è raggiunta tra gli studenti (dove tra l’altro le donne sono più brillanti negli studi) e ai livelli iniziali della carriera docente: 460 ricercatrici contro 498 ricercatori. D’altra parte la “segregazione verticale” è storia di tutte le università e non solo. “Una forbice che più si va verso i vertici più si allarga in modo allarmante”, osserva Chiara Elefante affiancata dalla prorettrice Paola Salomoni e dalle delegate Elena Luppi e Tullia Gallina Toschi. “Il maschile singolare per ruoli, cariche di autorità o prestigio non ha fondamento linguistico, ma solo culturale e sociale”.

Non mancheranno le resistenze. “Suona male”, “occupatevi di cose serie”. La prorettrice se l’aspetta: “Vogliamo contrastare il conservatorismo nella lingua per demolire

stereotipi inconsci spesso introiettati dalle stesse donne”. Il rettore Francesco Ubertini si è già adattato nei suoi discorsi pubblici. E magari un giorno si arriverà alla prima “rettrice” dell’Alma Mater. In quel caso la rivoluzione al femminile sarà compiuta, e non solo a parole. Ma bisognerà modificare lo statuto, perchè “rettore” è un termine che indica un organo di governo. Al maschile, ovviamente.

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