Gran potere di divisione del Sì e del No. Ha contagiato anche la comunità cinese sparsa tra l’Osmannoro, Sesto e Campi. Racconta Don Momigli, il prete che a Firenze segue i problemi dell’immigrazione, che un giorno, al ristorante con un gruppo di cinesi di seconda generazione, scoppiò animato il diverbio: io no, io sì, altercavano tra loro i ragazzi che più che italiano ormai parlano fiorentino. E allora perché non organizzare un dibattito sul referendum? Entusiasmo dei vari Franca, Francesco, Giovanna, Maria, di quanti hanno un nome italiano e un cognome cinese. Così ecco ieri sera il dibattito in un grande, e di rosso addobbato, ristorante cinese, in mezzo a uno sperduto Osmannoro. Sul palco del dibattito il Sì dell’assessora alla sanità toscana, Stefania Saccardi, che dice: “Dobbiamo avere una governabilità anche per essere ascoltati in Europa dove non si vuole parlare con un governo italiano diverso ogni quattro mesi”; e il sindaco di Sesto, Lorenzo Falchi, che ribatte: “Non è solo questione di stabilità ma di qualità. Tanta voglia di cambiamento e poi una legge elettorale che non permetterà ai cittadini di avere i loro rappresentanti in parlamento”.

Ad ascoltarli in sala, dove hanno tolto le sedie ai tavolini e le hanno messe in schiera offrendo anche un aperitivo di crostini e vino bianco, ci sono circa 200 dei quasi 500 italo-cinesi che nella Piana si dice abbiamo diritto al voto. Aperitivo all’italiana perché i presenti si sentono italiani e sfatano il mito dell’impenetrabile chiusura dei cinesi. Ormai per loro shi e bu shi , sì o no (in cinese non sì), si dicono in italiano e vogliono capire perché i due monosillabi scaldino l’Italia. Il dibattito lo hanno organizzato i ragazzi di Ugic, Unione giovani italo-cinesi. Spiega Franca Hong, una degli 11 fondatori lo scorso luglio dell’associazione che ormai dicono avere 70 simpatizzanti: “Ci siamo messi insieme dopo gli scontri carabinieri-cinesi del 29 giugno scorso che ci sembravano derivati dall’incomprensione reciproca, dalla scarsa conoscenza, dalla differenza di culture. Noi vogliamo funzionare da legame tra cinesi e italiani, vogliamo interloquire con le istituzioni locali. Io ormai mi sento più italiana che cinese, i miei amici sono in maggioranza italiani”. Franca si occupa di e-commerce all’Osmannoro. Francesco, un altro dei fondatori di Ugic, fa l’agente immobiliare, studiava economia ma ha lasciato. “Il referendum non è solo per quelli di origine italiana ma è anche per gli italiani di origine straniera. Noi vogliamo capire, discutere, sapere”. Anche perché, aggiunge Franca, “la politica italiana è importante per noi. Io non ho ancora deciso cosa voterò ma so che la mia diversità, che da adolescente ho cercato con tutte le forze di nascondere, è una grande ricchezza che mi dà pieno diritto a partecipare alla vita di questo Paese”.

Ascoltano attenti. I più non sono per niente digiuni della materia, discutono tra di loro con competenza. Le parole più applaudite sono stabilità e cambiamento. Anche il sedicenne William, che non ha l’età per votare ma che “siccome tutta l’Italia ne parla volevo sapere anch’io”, si schiera per il cambiamento. Poi riflette: “Però il cambiamento può essere in meglio ma anche in peggio”.

Saccardi parla delle lentezze legislative del bicameralismo perfetto. Falchi al contrario dice che “il ping pong delle leggi non dipende delle due Camere e non abbiamo bisogno di più leggi ma di migliori”. Stella ascolta attenta, dice di non essere interessata alla politica. “È un dovere da italiana” dice con orgoglio. Zhu, che ha conservato il nome cinese, è qui da 15 anni, si schiera con Renzi “perché era il sindaco

di Firenze e ora è troppo attaccato da tutte le forze politiche”. Nella fattispecie del referendum non vuole dire che idea si è fatto: “Questo è un paese democratico, c’è libertà di voto e di tenerlo segreto. Ma circola troppo allarmismo, il governo non cadrà nè con il Sì nè con il No”. La sostanza è che lui vuole “vivere in un paese in pace e con un’economia che sia un bene per tutti”.