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Lavoro, perché in Italia conta più l’anagrafe della qualità

Lug 25, 2019

IL LIBRO

Cosa rischia un paese che ha smesso di investire sulle nuove generazioni? Se ne parla in «Gioventù sprecata», libro-inchiesta edito da Castelvecchi . Ne pubblichiamo un estratto dedicato alla questione salariale: perché in Italia l’andamento delle retribuzioni dipende (quasi) solo dall’età e non dal proprio valore aggiunto

di Alberto Magnani

25 luglio 2019


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(Adobe Stock)

4′ di lettura

Essere giovani, sul lavoro, offre vantaggi o svantaggi. I vantaggi coincidono ad esempio con un maggior grado di aggiornamento sulle tec-nologie, la freschezza intellettuale e la possibilità di reinventarsi con maggiore rapidità rispetto ai colleghi senior. Gli svantaggi riguardano la minore esperienza e la prospettiva di incassare retribuzioni (e tratta- menti) meno gratificanti rispetto ai colleghi più attempati. In Italia la bilancia pende quasi solo sui secondi, a partire da uno dei fattori più tangibili: lo stipendio. I giovani italiani sono in media pagati di meno ri- spetto ai colleghi con più anni di esperienza, come se il certificato di na- scita fosse una condanna implicita ai propri obiettivi.

Di per sé non è anomalo che le nuove leve siano retribuite in maniera inferiore, visto che l’esperienza (o seniority, all’anglosassone) è un valore riconosciuto ovunque: un dipendente con anni di curriculum alle spalle può conoscere meglio gli ingranaggi dell’impresa, garantire più affidabilità, istruire nuovi assuntio, più semplicemente, aver maturato un certo numero di scatti di anzianità. Il problema è quando la retribuzione dipende solo dall’età, trasformando il cumulo di anni trascorso in azienda nell’unico criterio condivisibile per garantire un rialzo di stipendio. Anche a costo di svalutare un professionista al pieno del suo potenziale e marciare in direzione contraria a diversi Paesi europei, dove i compensi tendono a salire (o abbassarsi) a seconda della produttività.

Perché la retribuzione cresce solo con l’età

Iniziamo dalla prima questione, il divario generazionale. L’VIII re-

port dell’Adepp, l’Associazione che raccoglie gli enti previdenziali pri-

vati, ha evidenziato il «gap retributivo» che gioca a sfavore dei profes-

sionisti all’ingresso nel mondo del lavoro. «È facile notare come vi sia

una rilevante differenza di reddito tra le diverse età» si legge nell’inda-

gine. «In particolare, vediamo che i professionisti sotto i 30 anni di-

chiarano circa un terzo dei loro colleghi con età compresa tra i 50 e i

60 anni. Tale differenza decresce con l’età del professionista ma resta

comunque marcata fino ai 50 anni». Nel dettaglio, secondo dati riferiti

al 2017, un professionista sotto i 30 anni di età guadagna in media

13.369 euro all’anno, per poi salire leggermente a 22.460 euro nella fa-

scia 30-40 anni. La vera impennata arriva prima tra i 40 e i 50 anni

(33.627 euro) e soprattutto nel periodo fra i 50 e 60 anni, quello che

dovrebbe rappresentare la coda finale della carriera: 44.149 euro, va-

lore che si stabilizza poi a 43.850 euro fra i 60 e i 70 anni.

La diagnosi è evidente. La cosiddetta curva delle retribuzioni sale esclusivamente in rapporto all’età, fino agli estremi di un paradosso: pagare di più il dipendente negli ultimi anni di carriera, quando rende di meno, invece che valorizzarlo nelle fasce anagrafiche (ad esempio, dai 28 ai 40 anni) dove potrebbe sprigionare meglio la sua produttività. Nel resto d’Europa, viceversa, le retribuzioni aumentano in un rapporto di coerenza

con la produttività, raggiungendo il picco verso i 35-40 anni. Il caso più

emblematico è quello della Germania. Gehalt, un database sulle retri-

buzioni nel mercato tedesco, mostra che la retribuzione annua lorda si

attesta a 30.056 euro a 20 anni, salendo a 37.109 euro a 25 anni, 45.109

euro a 30 anni, 51.712 a 35 anni, 55.495 euro a 40 anni e 57.155 euro

a 45 anni. Dopo quella soglia, i valori si stabilizzano con oscillazioni

minime, raggiungendo i 58.229 euro oltre i 60 anni di età. In Italia bi-

sogna aspettare almeno 15 anni in più, visto che i massimi retributivi

arrivano intorno ai 55 anni. Quando il potenziale, salvo casi eccezio-

nali, è molto più fiacco rispetto a quella che si potrebbe mettere a frut-

to fra i 20 e i 40 anni […].

Ed eccoci al secondo handicap più evidente: lo squilibrio tra retribuzioni

offerte in Italia e negli altri Paesi europei, una fra le molle che scatena-

no il fenomeno della migrazione di talenti che sta costando al Paese

una buona quota di laureati e risorse specializzate. I media arrivano an-

che a eccedere con la retorica della “fuga all’estero”, dando a volte per

scontato che il trasferimento oltre ai confini sia dettato esclusivamente

da una questione retributiva. Ma è anche impossibile smentire, dati al-

la mano, che gli stipendi esteri siano superiori a quelli proposti in Italia

nello stesso range anagrafico. A maggior ragione quando il termine di

confronto si concentra sulla categoria dei laureati, la branca che – in

teoria – include una delle categorie più preziose di lavoratori. Willis

Tower Watson, una società di consulenza, prova a confrontare perio-

dicamente i livelli retributivi internazionali con il suo Global 50, un

ranking sul valore medio degli stipendi.

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