• 16 Aprile 2021 14:14

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Jannik Sinner, l’eroe

Apr 2, 2021

Il profilo di un eroe ha contorni decisi. L’eroe non si accontenta, non si agita, non si abbatte, non rinuncia, non si risparmia. L’eroe sceglie e non subisce nessuna imposizione, si ribella alle ingiustizie e alle previsioni contrarie. L’eroe non piange, soffre deglutendo aria; non ride sguaiato, al massimo scopre un po’ i denti sotto occhi appena luccicanti. L’eroe spara la palla lontano dall’avversario, vicino alla riga, e poi, con un fare composto, di rispetto al prossimo e al fato, chiude il pugno. Dura un attimo, giusto il tempo per dire al mondo e forse anche a se stesso, che un eroe ci appartiene, è umano, esattamente come noi. E infatti il nostro è eroe è proprio un uomo, anche se ha soltanto diciannove anni: si chiama Jannik Sinner.

 

Siamo felici di sapere che esiste una figura di italiano – italiano sì, regione Alto Adige – che fa le cose giuste nel momento in cui servono. E basterebbe questo per renderlo speciale, visto che da noi, buttandola in politica, in economia, in pandemia, ci stiamo specializzando nel contrario. Ma Sinner non si accontenta di questo, ha l’ambizione di piegare i fatti alla sua volontà. Ci mette sempre poco a capire, studia l’avversario facendo finta, a volte, di subirne il fascino, persino una sottile arroganza. Ma è proprio in quei frangenti, quando al fisico e al talento aggiunge l’intelligenza, che Sinner diventa altro rispetto alla norma. Il giocatore fende l’aria con la racchetta tra le mani e se ha bisogno di avanzare, avanza, di fermarsi, si ferma, di fuggire – una di quelle fughe strategiche, la finta che attira nella trappola – fugge. Se soffre non lo mostra a nessuno, tantomeno all’altro che gli sta davanti, ma non si sottrae al sacrificio di quella sofferenza. La attraversa, la “vede”, si avventura dentro di essa come a scoprirne la natura. Non ha paura di ascoltare rumori sinistri dentro quella piccola giungla, e se vede un serpente ci gioca. Poi, uscito dalla fitta radura, si ricompone, spogliandosi di qualche foglia rimastagli appiccicata alla maglietta e ricomincia a vivere con la racchetta in mano, bastonando la palla che, dopo quella specie di avventura nell’inconscio, viaggia ancora più forte di prima. Sono le ultime fasi dell’eroe, quelle in cui si prepara a raccogliere i tulipani lanciati dagli spalti. Un tragitto breve, su una macchina scoperta, o meglio, visto il tipo dai colori celtici, senza tattoo e alcun orpello, su una carrozza. L’eroe passa e saluta con la mano timida, sottraendosi perfino al giudizio benevolo dello sconfitto: “You are not human”. Jannik piega la testa, timido, suddito della propria semplicità. Un eroe moderno che per fortuna ci appartiene. 

Il profilo di un eroe ha contorni decisi. L’eroe non si accontenta, non si agita, non si abbatte, non rinuncia, non si risparmia. L’eroe sceglie e non subisce nessuna imposizione, si ribella alle ingiustizie e alle previsioni contrarie. L’eroe non piange, soffre deglutendo aria; non ride sguaiato, al massimo scopre un po’ i denti sotto occhi appena luccicanti. L’eroe spara la palla lontano dall’avversario, vicino alla riga, e poi, con un fare composto, di rispetto al prossimo e al fato, chiude il pugno. Dura un attimo, giusto il tempo per dire al mondo e forse anche a se stesso, che un eroe ci appartiene, è umano, esattamente come noi. E infatti il nostro è eroe è proprio un uomo, anche se ha soltanto diciannove anni: si chiama Jannik Sinner.
 
Siamo felici di sapere che esiste una figura di italiano – italiano sì, regione Alto Adige – che fa le cose giuste nel momento in cui servono. E basterebbe questo per renderlo speciale, visto che da noi, buttandola in politica, in economia, in pandemia, ci stiamo specializzando nel contrario. Ma Sinner non si accontenta di questo, ha l’ambizione di piegare i fatti alla sua volontà. Ci mette sempre poco a capire, studia l’avversario facendo finta, a volte, di subirne il fascino, persino una sottile arroganza. Ma è proprio in quei frangenti, quando al fisico e al talento aggiunge l’intelligenza, che Sinner diventa altro rispetto alla norma. Il giocatore fende l’aria con la racchetta tra le mani e se ha bisogno di avanzare, avanza, di fermarsi, si ferma, di fuggire – una di quelle fughe strategiche, la finta che attira nella trappola – fugge. Se soffre non lo mostra a nessuno, tantomeno all’altro che gli sta davanti, ma non si sottrae al sacrificio di quella sofferenza. La attraversa, la “vede”, si avventura dentro di essa come a scoprirne la natura. Non ha paura di ascoltare rumori sinistri dentro quella piccola giungla, e se vede un serpente ci gioca. Poi, uscito dalla fitta radura, si ricompone, spogliandosi di qualche foglia rimastagli appiccicata alla maglietta e ricomincia a vivere con la racchetta in mano, bastonando la palla che, dopo quella specie di avventura nell’inconscio, viaggia ancora più forte di prima. Sono le ultime fasi dell’eroe, quelle in cui si prepara a raccogliere i tulipani lanciati dagli spalti. Un tragitto breve, su una macchina scoperta, o meglio, visto il tipo dai colori celtici, senza tattoo e alcun orpello, su una carrozza. L’eroe passa e saluta con la mano timida, sottraendosi perfino al giudizio benevolo dello sconfitto: “You are not human”. Jannik piega la testa, timido, suddito della propria semplicità. Un eroe moderno che per fortuna ci appartiene. 

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