AGI – Fotografare gli occhi con uno smartphone e far valutare le immagini a distanza da un oculista potrebbe permettere di individuare le persone che hanno bisogno di ulteriori cure anche nelle aree dove gli specialisti sono difficili da raggiungere. In 1.093 pazienti esaminati nelle zone rurali dell’India meridionale, la decisione presa dagli oculisti sulla base delle immagini raccolte con uno smartphone ha coinciso nel 96% dei casi con quella formulata dagli specialisti che avevano visitato gli stessi pazienti in presenza.
Il risultato è stato ottenuto da Prabhu Krishna Ravilla, dell’Aravind Eye Hospital di Madurai, e colleghi, in uno studio osservazionale realizzato in collaborazione tra Aravind Eye Care System e Johns Hopkins University e presentato al 44esimo Congresso della European Society of Cataract and Refractive Surgeons (Escrs). Il sistema non effettua autonomamente la diagnosi: consente invece a operatori sanitari con una formazione oftalmologica minima di acquisire immagini dell’occhio, che vengono poi trasmesse a un oculista per la valutazione a distanza. L’obiettivo è separare il momento dello screening dalla presenza fisica dello specialista, rendendo possibile raggiungere popolazioni che oggi hanno difficoltà ad accedere a una visita oftalmologica.
La soluzione made in India
Il dispositivo sviluppato dai ricercatori è un piccolo accessorio portatile che si aggancia a uno smartphone Android. Contiene una lente che ingrandisce la parte anteriore dell’occhio, due piccoli Led bianchi alimentati dal telefono e un supporto in silicone che si appoggia intorno all’orbita, blocca la luce ambientale e mantiene costante la distanza tra fotocamera e occhio. È prodotto in India e costa, smartphone compreso, meno di 150 sterline. Il sistema è associato a un’applicazione di telemedicina progettata per funzionare anche con connessioni a bassa larghezza di banda, disponibile in inglese e tamil.
Un test diffuso per la cataratta
Per verificare se immagini di questo tipo potessero essere utilizzate realmente per lo screening, gli operatori sanitari di comunità hanno ricevuto soltanto tre ore di formazione. Hanno quindi esaminato 1.093 pazienti in 19 “eye camp” organizzati in cinque località nei pressi di Pondicherry, nel Tamil Nadu: Chengam, Tiruvannamalai, Cheyyar, Arani e Cuddalore. Gli oculisti a distanza hanno formulato diagnosi e decisioni sull’eventuale necessità di inviare il paziente in ospedale osservando le immagini ottenute con lo smartphone, poi confrontate con quelle degli oculisti che avevano esaminato direttamente gli stessi pazienti negli ambulatori rurali.
I dati forniti dallo smartphone
Il dato principale riguarda la decisione clinica più importante per uno strumento di screening: stabilire chi debba essere sottoposto a ulteriori accertamenti e cure. Oculisti a distanza e medici presenti sul posto hanno raggiunto la stessa decisione in 96 casi su 100. La concordanza sulla presenza di una qualsiasi cataratta è stata dell’89%, salita al 96% per le cataratte mature e risultata dell’85% per quelle immature. L’accordo è stato dell’89% nell’identificazione degli occhi senza cataratta e del 97% nel riconoscimento della pseudofachia, cioè della presenza di un cristallino artificiale già impiantato. Per lo pterigio, una crescita di tessuto sulla parte bianca dell’occhio, la concordanza è stata del 94%. Gli operatori sono inoltre riusciti a ridurre il tempo necessario allo screening a meno di due minuti e mezzo per occhio, con una concordanza tra gli specialisti che aumentava al crescere della qualità delle immagini.
“Questi risultati mettono in discussione l’ipotesi che la presenza dello specialista sia necessaria per uno screening accurato della cataratta”, ha detto Ravilla. “Suggeriscono un modello nel quale il tempo di un oculista qualificato viene utilizzato per la diagnosi e le decisioni, dove ha maggior valore, anziché per gli spostamenti e le visite in presenza”.