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I purosangue dei boss mafiosi. Ecco il tesoro nascosto all’ippodromo

Apr 20, 2017

Il pentito Andrea Bonaccorso ha raccontato che il nipote di Salvatore Profeta, il capomafia della Guadagna, puntava molto sui cavalli per fare affari. «Rosario Profeta ha fatto spese enormi all’ippodromo di Palermo». Il clan della Guadagna non ha mai avuto problemi di liquidità, ha confermato di recente l’inchiesta della squadra mobile che ha portato in carcere lo stato maggiore della cosca. Rosario Profeta si occupava degli investimenti della famiglia, per questa ragione nei mesi scorsi era anche finito in carcere, ma poi il tribunale del riesame lo ha rimesso in libertà sostenendo che nei suoi confronti non ci sono indizi sufficienti. E la sua posizione è stata archiviata. Resta un mistero il grande investimento fatto da uno dei clan più influenti della città all’ippodromo. Investimento in alcuni purosangue, campioni d’eccezione per sbaragliare i montepremi. Eccolo, il tesoro di Cosa nostra che non è stato mai sequestrato. Un tesoro che adesso pesa sull’ippodromo chiuso ormai da un mese e mezzo per il rischio di infiltrazioni mafiose.

Come qualsiasi altro tesoro dei boss, è intestato a insospettabili prestanome, probabilmente anche a società. Questo sembra emergere dalle dichiarazioni dei pentiti, da frammenti di intercettazioni. Qualche anno fa, Maurizio Spataro, commerciante della “Palermo bene” al servizio del clan di Resuttana, raccontò ai pm di Palermo che all’ippodromo gareggiavano i cavalli di due autorevoli mafiosi del Borgo Vecchio, Michele Siragusa e Francesco Paolo Romano. Cavalli di razza che regalarono tante sostanziose vincite. Anche i fratelli Bonanno, Giovanni e Francesco Paolo, reggenti di Resuttana, avevano il loro tesoretto all’ippodromo. Pure i Pipitone di Carini, tramite gli Inzerillo di Passo di Rigano.

Campioni purosangue, ma con qualche aiuto. Su ordine dei boss, Spataro avvicinò alcuni driver per aggiustare una gara. E il risultato non tardò ad arrivare: centomila euro per la cassa del mandamento di Resuttana. Accadeva dieci anni fa.

All’epoca, il boss di San Lorenzo Giovanni Niosi aveva addirittura una scuderia con altri cavalli vincenti. Probabilmente, cavalli dei boss Salvatore e Sandro Lo Piccolo, ha sostenuto il pentito Maurizio Spataro. Di sicuro, Niosi è sempre stato di casa all’ippodromo. Anche di recente, dopo la scarcerazione, qualcuno lo ha visto passeggiare fra le stalle. Chissà che fine hanno fatto i suoi purosangue, chissà se oggi è solo un vecchio appassionato di corse o ancora un attivissimo manager. Personaggio eccentrico, Niosi. Un mafioso davvero sui generis: come vigile del fuoco prestava servizio all’aeroporto “Falcone Borsellino”, come secondo lavoro gestiva

un’autocarrozzeria in via Villa Verona, come terzo lavoro si occupava di un bar in via Astorino. E quando non gareggiava all’ippodromo faceva la comparsa, interpretò persino uno dei mafiosi sulla collina di Capaci nella puntata di Blu notte dedicata alla strage Falcone.

Ieri, proprietari e guidatori sono scesi in piazza per chiedere la riapertura della struttura della Favorita. Per molti, all’ippodromo, la mafia non esiste.

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