A Singapore la Ferrari capitalizza il lavoro con un assetto ottimale per la SF-26, ma l’azzardo strategico di Hamilton avallato dal muretto compromette la gara. Le dichiarazioni di Vasseur e la successiva assunzione di colpa del pilota confermano le croniche lacune comunicative a Maranello.
Il plauso alla preparazione tecnica della Ferrari
C’è un fatto squisitamente tecnico da cui non si scappa: a Singapore, la Ferrari è riuscita a mettere in pista la miglior versione di sé. L’approccio iniziale si è dimostrato subito eccellente, poiché da casa, nel chiuso di Via Abetone Inferiore 4, il simulatore ha partorito una messa a punto da sùbito decisiva. Ma la storia non finisce qui, perché la SF-26 non era perfetta.
A questo punto sono scesi in trincea gli ingegneri. Attraverso lo studio puntiglioso dei vari riscontri tratti dai piloti, hanno corretto alcuni difetti del retrotreno con micro regolazioni. Un plauso va speso senza alcuna remora, dunque, pur con il dovere cronistico di ricordare un fatto ineluttabile: il percorso cittadino di Singapore sembra disegnato su misura per le forme della Rossa.
Parliamo di una pista caratterizzata da un layout preciso, capace di sposarsi alla perfezione con i tratti genetici della vettura italiana. Se non fosse per il dazio che la Rossa paga sul fronte della power unit, a Marina Bay avrebbe forse dominato l’intero fine settimana? Un quesito complesso. Forse sì, chissà. Sul tavolo resta però aperto il nodo delle coperture, perché la Red Bull, dopo le ultime revisioni tecniche, tratta le gomme con la cura che si riserva alla seta.
È un’arte che a Maranello non padroneggiano affatto e che, con ogni probabilità, non apprenderanno da qui al termine del Mondiale. Resta intatta la soddisfazione per un salto di qualità piccolo ma decisivo, certificato dopo la Sprint Race: un fatto per nulla scontato. Le vere recriminazioni provengono semmai dal lato del box marchiato col numero 44.
Lewis, certo, è stato capace di viaggiare come un razzo a bordo della Ferrari, ma al contempo si è poi rivelato del tutto incapace di massimizzare il rendimento della sua SF-26. A questo si aggiunge l’errore macroscopico in gara. Una topica madornale, indegna del suo curriculum, che ha di fatto distrutto completamente ogni velleità di gloria sulla distanza dei trecento chilometri.
L’orgoglio di Vasseur
A tal proposito è necessaria una parentesi su Vasseur. Fred continua a comunicare in modo discutibile. Sabato ha disertato i microfoni: forse perché il doppio podio nella gara corta e la quasi pole di Leclerc, con tutta evidenza, gli hanno fornito la forza necessaria per sottrarsi alla stampa? La motivazione ufficiale recita altro, ma sembra difficile non pensare a quanto detto.
C’è poi un ulteriore aneddoto da segnare sul taccuino. Al termine della corsa, Fred si è presentato ai microfoni e, tra le varie esternazioni, ha sentenziato: “Abbiamo chiamato entrambi ai box, ma Hamilton ha mancato l’ingresso della pit-lane“. Se si passano al vaglio gli onboard e le comunicazioni via radio tra ingegnere e pilota, si scopre che nulla di tutto questo sembra aver mai avuto luogo.
Lewis dialogava con Carlo Santi e Carlo Santi dialogava con lui. Da qui nasce un’idea: il britannico ha lanciato un’opzione e il muretto si è limitato ad accettarla come valida alternativa, evidentemente. In caso contrario, di fronte all’azzardo di Hamilton di non rientrare ai box e di spremere oltremodo le gomme, sarebbe scattata inesorabile la censura tecnica. Ferrari è complice.
Il punto di vista di Hamilton
L’inglese appariva molto agitato via radio. Avvertiva la sfida interna con il compagno di squadra, non appena ha compreso come Verstappen fosse ormai un miraggio imprendibile. La partenza con le coperture medie rientrava nei piani di una strategia sdoppiata, pianificata a tavolino tra i piloti della Ferrari nei briefing del mattino. Un espediente per rendere la vita più difficile a Verstappen.
Max aveva l’obbligo di vagliare ogni mossa, e ragionare su due tattiche diverse prima di capire quale direzione prendere. L’idea era buona, ma non ha attecchito per una banale questione di forza: la Red Bull ne aveva di più a prescindere. Lewis ha puntato sulle medie con la convinzione di poter allungare il primo stint, ma le Pirelli cerchiate di giallo non hanno funzionato.
Quando l’ex Mercedes si è visto braccato alle spalle dal resto del gruppo, mentre Charles Leclerc manteneva un ritmo superiore, è giunta l’ora della prima sosta. Anticipare il cambio gomme ha mandato a rotoli la sua strategia, lo ha reso nervoso e incapace di ragionare a mente fredda. Voleva recuperare il tempo perso, e ponendo fiducia nella tenuta delle mescole è arrivato ad una conclusione: non ci fermiamo più.
Il team dal canto suo non ha fatto nulla per scongiurare questa eventualità; ha semplicemente assecondato la sua decisione senza battere ciglio. Per questo motivo le dichiarazioni di Vasseur suonano oscure e vanno in contrasto con le successive ammissioni di Lewis. È il solito, cronico difetto di comunicazione che a Maranello non si riesce a correggere in alcun modo.
Il sette volte campione del mondo, a bocce ferme, ha fatto da scudo alla squadra e si è addossato le colpe al cento per cento per questa mossa a dir poco sciagurata. Un atto di genuina e apprezzabile umiltà, specie se pensiamo alla sua sfavillante carriera. Scenario dal quale, in casa Ferrari, senza forse avrebbero qualcosa da imparare.