Imprese che hanno dovuto chiudere l’indomani del 14 agosto 2018, dopo il crollo del Ponte Morandi e il fermo di tutte le attività nei quartieri di Sampierdarena, Certosa, Rivarolo, Bolzaneto e Pontedecimo rimasti isolati. Titolari che si sono indebitati per rialzarsi dopo la riapertura. Tanti non ci sono riusciti. Ma anche aziende arrivate nottetempo, come fantasmi, da ogni angolo di Genova, addirittura da Pisa, Brescia, Torino, che hanno aperto il domicilio fiscale all’interno del perimetro disegnato come “zona rossa” o “arancione” dal commissario all’emergenza, il presidente della Regione Liguria Giovanni Toti. Ditte poi sparite nel nulla, hanno usufruito dei “ristori” o degli sgravi fiscali senza averne i titoli, sulle quali adesso la Procura di Genova ha aperto una delicata inchiesta: al momento indagando una dozzina di titolari e soci, a cui si contesta i reati di falso e truffa ai danni dello Stato.

Del resto basta andare di persona in alcune delle sedi dichiarate al fisco per accorgersi che in via Pastorino 38, Genova Bolzaneto, non lontano da quello che oggi è il ponte Genova San Giorgio, non c’è traccia. A Palazzo di Giustizia di Genova li chiamano i “furbetti del ponte Morandi”. Gli sciacalli. Sulla scia di quanto accaduto in passato a L’Aquila o in Irpinia. «È un’indagine importante è delicata», si limita a dire il procuratore aggiunto Vittorio Ranieri Miniati, che ha affidato il fascicolo ad uno dei tre pm del pool reati contro la pubblica amministrazione. Il magistrato non dice di più sull’inchiesta, ma spiega il meccanismo: «È lo stesso del reddito di cittadinanza, il soggetto dichiara di avere i requisiti sotto la sua personale responsabilità, poi si tratta di accertare se ha dichiarato il vero o il falso. Ma la Regione al momento è estranea…».

L’indagine è stata affidata ai finanzieri del Primo Gruppo e del Nucleo Operativo Metropolitano di Genova, gli stessi che seguono i diversi filoni sul crollo e su Autostrade. Che a quanto pare negli scorsi giorni hanno depositato un primo elenco di aziende che hanno beneficiato illecitamente dei ristori e degli sgravi fiscali. Una dettagliata lista di 47 imprese che hanno ottenuto le somme dalla Regione era stata pubblicata nel luglio scorso da Marco Grasso sulle pagine del Secolo XIX. C’è la Progetto Service di Torino, il 18 marzo 2019 sottoposta a sequestro preventivo dalla Dda. La Gbc di consulenza fiscale e la Ovunque Srl (sondaggi), entrambe con stessa sede e la medesima amministratrice di Pontedera, titolare di un forno in Vicopisano (Pisa). La D&P Europe, di un gruppo di società anonime svizzere. Poi 5 diverse aziende con sede in via De Marini (Genova), tutte costituite presso il medesimo notaio di Modena. La Kreactive (call center) amministrata da Kyrylo Horbunov, imprenditore ucraino residente nel Modenese. La titolare di un bed&breakfast sull’Adamello nel 2019 ne ha aperto un altro a Sampierdarena.

Poi ci sono le ditte escluse per un cavillo burocratico o un ritardo. Come il Centro Estetico di via Canepari, a Certosa. «Ci troviamo a 245 metri dal limite della zona rossa, ma non abbiamo avuto nessun aiuto — lamenta il titolare Massimiliano Braibanti – : il decreto prevede 15 mila euro come una tantum, ma la Regione ha escluso le società di capitali». Martedì prossimo il Comitato Zona Arancione del Morandi sarà sentito in audizione in consiglio regionale.

D’altra parte, all’indomani del disastro il Decreto-Genova aveva messo a disposizione 235 milioni di euro. Il ministro dello Sviluppo Economico — all’epoca Luigi Di Maio al governo con la Lega — nel marzo 2019 aveva detto: «Tutte le aziende coinvolte nella tragica vicenda del Morandi hanno a disposizione lo strumento della Zona Franca Urbana sul quale sono stanziate risorse necessarie a rilanciare il sistema produttivo e le attività presenti sul territorio».

Non erano i primi soldi a disposizione delle aziende genovesi martoriate dalla tragedia del viadotto Polcevera, e gestiti dal commissario all’emergenza. In primis i ristori da 15mila euro versati alle società in crisi: subito con paletti molto stretti, poi diventati più larghi, di fatto a chiunque sostenesse di aver dovuto cessare la propria attività per colpa del crollo. Perché la legge ha consentito di ottenere sgravi di 200mila euro sia alle imprese già presenti sul territorio al momento della tragedia, sia a chi invece ha deciso di aprire la propria attività dal 14 agosto 2018 al 31 dicembre 2019.