Dietro le sue linee eleganti, il rombo metallico del V6 e il fascino delle granturismo italiane degli anni Sessanta si nasconde una storia complessa, fatta di regolamenti sportivi, collaborazioni industriali e orgoglio italiano. Perché senza la Fiat Dino, Ferrari non avrebbe potuto correre in Formula 2 con il motore progettato per omaggiare Alfredo “Dino” Ferrari, il figlio di Enzo scomparso prematuramente nel 1956.
La Dino è quindi molto più di una coupé elegante o di una spider da dolce vita. È il punto d’incontro tra due mondi con filosofie opposte: quella industriale della Fiat e quella elitaria del Cavallino Rampante. E forse proprio questo equilibrio tra esclusività e produzione di serie, è il motivo per cui ancora oggi continua ad affascinare così tanto gli appassionati.
L’accordo Ferrari Fiat
Siamo nel 1965 e Ferrari vuole tornare protagonista in Formula 2. Il regolamento FIA, però, impone una regola precisa: il motore deve derivare da un modello di serie prodotto in almeno 500 esemplari entro dodici mesi con un propulsore da massimo 1.6 litri. Per Maranello è un problema enorme. Ferrari costruisce auto in numeri troppo limitati per soddisfare la richiesta della Federazione. Serve quindi un partner industriale capace di produrre rapidamente centinaia di motori e vetture. È qui che entra in scena Fiat.
Al tempo stesso per il marchio torinese la proposta del Cavallino rappresenta un’occasione irripetibile. La Casa vuole dare un’erede sportiva alla 2300S Coupé e vede nella collaborazione con Ferrari il modo perfetto per rafforzare la propria immagine. Nasce così uno dei sodalizi più affascinanti dell’automobilismo italiano.
Ferrari mette sul tavolo il suo straordinario V6 progettato da Vittorio Jano per la Dino 206 da corsa. Fiat si occupa invece della produzione industriale del motore con cilindrata compatta e della realizzazione delle vetture stradali che dovranno permettere l’omologazione. Il risultato è qualcosa che fino a quel momento sembrava impensabile: una Fiat con un motore Ferrari sotto al cofano.
Una Fiat con motore Ferrari
Ed è proprio il motore il cuore pulsante della Dino. Il V6 di 1987 cm³ utilizzato dalla Fiat deriva direttamente dall’unità destinata alle competizioni. Ha un angolo tra le bancate di 65 gradi, doppio albero a camme in testa per ciascuna bancata, distribuzione comandata da catene con tenditori regolabili e una raffinata costruzione in alluminio per basamento e testata.
La potenza arriva a 160 CV a 7.500 giri/minuto e il carattere del motore è tipicamente Ferrari: ama girare in alto, ha una risposta nervosa e soprattutto un sound metallico e acuto che rende immediatamente riconoscibile l’indole della Rossa.
Rispetto alla versione Ferrari cambia il sistema di lubrificazione. La Fiat utilizza infatti il carter umido invece del più sofisticato carter secco della Dino 206 GT. Una soluzione scelta per contenere costi e complessità produttiva, senza però snaturare il progetto originale. Per molti appassionati è proprio questo il dettaglio che rende la Fiat Dino unica: la possibilità di vivere un’esperienza “quasi Ferrari”, ma in una veste più accessibile e meno estrema.
Coupé e Spider
La Fiat Dino debutta nel 1966 con la versione Spider, affidata alle mani di Pininfarina. Una scelta quasi obbligata vista la lunga collaborazione tra il carrozziere torinese e Ferrari. La Spider è bassa, filante, elegante senza risultare aggressiva. Le proporzioni sono quelle tipiche delle sportive italiane dell’epoca: cofano lungo, abitacolo arretrato e coda corta. L’atmosfera è quella della dolce vita italiana, tra località marittime e boulevard illuminati.
L’anno successivo arriva invece la Coupé, disegnata da Bertone. Ed è qui che la storia prende una piega interessante. Perché la Coupé non è semplicemente una versione chiusa della Spider. È un’auto completamente diversa per filosofia. Il passo più lungo permette infatti di ottenere quattro posti veri, trasformando la Dino in una granturismo elegante e utilizzabile anche nei lunghi viaggi.
Le linee sono più tese e moderne rispetto alla Spider. Bertone sceglie uno stile geometrico e pulito, tipico del design italiano di fine anni Sessanta. Il risultato è una vettura sofisticata ma meno sensuale della scoperta firmata Pininfarina. Eppure sarà proprio la Coupé a conquistare maggiormente il mercato.
Al di fuori della filosofia che le divide, entrambe condividono lo stesso schema: motore anteriore longitudinale, trazione posteriore e cambio manuale a cinque marce. Il differenziale autobloccante regala un comportamento dinamico brillante, mentre l’impianto frenante a quattro dischi è una soluzione estremamente avanzata per il periodo.
Ufficio Stampa StellantisFiat Dino Coupé: la sportiva italiana nata grazie a Ferrari
Successo commerciale
L’idea di una Fiat con motore Ferrari incuriosisce immediatamente il pubblico. E non potrebbe essere altrimenti. Negli anni Sessanta Ferrari rappresenta un sogno irraggiungibile per la maggior parte degli automobilisti italiani. La Dino, invece, riesce ad avvicinare quel mondo a una clientela più ampia. Non era comunque un’auto economica. Anzi, il prezzo restava elevato rispetto agli standard Fiat. Ma il fascino del marchio Ferrari nascosto sotto il cofano bastava a giustificare ogni sacrificio.
La Dino diventa rapidamente uno status symbol. Piace ai professionisti, agli imprenditori e agli appassionati che cercano qualcosa di diverso dalle classiche sportive inglesi o tedesche. E soprattutto piace per il suo carattere. Perché nonostante il logo Fiat sulla calandra, basta mettere in moto il V6 per capire immediatamente che dentro quell’auto c’è molto di più.
La seconda serie
Il successo spinge alla nascita di una seconda serie nel 1969. La cilindrata sale a 2418 cm³ e la potenza raggiunge quota 180 CV a 6.600 giri/minuto. Cambia il carattere del propulsore: meno rabbioso agli alti regimi rispetto al due litri, ma molto più pieno e corposo nell’erogazione. La Dino 2400 Coupé supera i 205 km/h, entrando di diritto nel territorio delle granturismo più veloci del periodo.
Ma le novità non finiscono qui. La seconda serie introduce infatti un nuovo retrotreno a sospensioni indipendenti derivato dalla Fiat 130. Una modifica fondamentale che trasforma il comportamento stradale della vettura, migliorando stabilità, comfort e precisione in curva. Anche gli interni diventano più raffinati, mentre la qualità generale cresce sensibilmente. Fiat vuole rendere la Dino una vera ammiraglia sportiva, capace di competere con vetture molto più costose. La Coupé continua a essere la preferita del pubblico, mentre la Spider mantiene il suo ruolo di auto più esclusiva e ricercata.
Una storia che continua nella Stratos
La produzione della Fiat Dino termina nel 1972 dopo circa 7.577 esemplari complessivi realizzati nelle varie versioni e motorizzazioni. Ma la sua storia non finisce davvero lì. Perché quel magnifico V6 Ferrari continuerà a vivere ancora a lungo. E lo farà su una delle auto da rally più leggendarie di sempre: la Lancia Stratos.
Nel grande intreccio industriale tra Fiat, Ferrari, Lancia e Bertone, il motore Dino diventa infatti il cuore della futura regina dei rally anni Settanta. Una seconda vita che consacra definitivamente il progetto nato anni prima per la Formula 2.
Oggi la Fiat Dino rappresenta una delle sportive italiane più affascinanti e sottovalutate della sua epoca. Ha il fascino delle Ferrari classiche ma con una personalità tutta sua. Non cerca di imitare Maranello, piuttosto interpreta quel mondo in modo più elegante e accessibile.