• 16 Giugno 2026 12:44

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F1, la verità su Barcellona: Hamilton maschera alcuni limiti della Ferrari

Giu 16, 2026

L’esito del GP di Barcellona non ammette repliche: il trionfo in F1 della Ferrari è frutto del genio di Hamilton, degli aggiornamenti, ma pure della discutibile strategia Mercedes e della sorte. La spietata analisi, infatti, certifica che la SF-26 resta in ostaggio di una gestione vettura tutto tranne che semplice. Anche per questo Maranello spegne i facili entusiasmi: serve ancora tanto lavoro per ricoprire il ruolo di leader.

Lewis chirurgico a bordo della SF-26

Sgombriamo subito il campo dalle facili illusioni e dalle lodi stucchevoli che immancabilmente si levano ad ogni trionfo tinto di rosso. La domenica rovente del Montmeló non ci ha consegnato, come tanti cantautori della penna vorrebbero farci credere, una Ferrari SF-26 improvvisamente guarita dai suoi mali e trasformata in dominatrice assoluta e incontrastata della corsa.

Al contrario, ci ha offerto un doveroso bagno di realismo, certificando, semmai ve ne fosse ancora l’effettivo bisogno, la statura immensa, quasi spaventosa, del fuoriclasse britannico che siede nell’abitacolo della numero 44. Sotto il sole implacabile della Catalogna, su un asfalto che non fa sconti e divora le ambizioni altrui, la vettura italiana si è presentata con lo speranzoso fardello di aggiornamenti aerodinamici.

Ma la cruda realtà del cronometro ci ha raccontato un’altra storia: la monoposto italiana ha patito, per gran parte della corsa, le difficoltà legate all’amministrazione termica degli pneumatici. Tenerli in finestra, insomma, per garantire il corretto grado di grip. È importante sottolinearlo, perché far passare l’impresa di Lewis come una mera passeggiata alparco non è propriamente cosa.

Ferrari, la gestione sopraffina del posteriore

Il primo atto di questa recita è stato un puro e crudo esercizio di sopravvivenza sportiva. Con la vettura appesantita dal pieno di carburante, calzando le mescole Soft, Lewis Hamilton ha dovuto spremere tutti i manettini della Rossa per non veder squagliarsi le coperture sull’asse motrice. Per mantenere costante il degrado al retrotreno sofferente, il muretto ha imposto un uso specifico del brake migration.

Un’operazione gestita tramite il brake-by-wire per caricare di stress l’asse anteriore e far respirare, seppur a fatica, quello posteriore. Una manovra d’emergenza eseguita dal fuoriclasse di Stevenage con chirurgica maestria, che gli ha permesso di contenere il gap dal battistrada Russell a soli tre secondi al momento della prima sosta ai box. Roba da palati fini, non da semplici mestieranti del volante.

Passati poi alle coperture Hard, il compromesso tecnico si è accentuato alzando le criticità. Nel tentativo di preservare maggiormente il retrotreno evitando un tracollo verticale nella seconda parte dello stint, i tecnici hanno scelto nuovamente di limitare l’avantreno, scaricando l’incidenza dei flap. L’inglese si è così ritrovato tra le mani una monoposto fastidiosamente sottosterzante .

Un male necessario, sia chiaro. Una scelta calcolata con freddezza cinica per gestire la vita utile delle gomme Pirelli cerchiate di bianco. Calzature che sono arrivate allo stremo delle loro forze, prima della seconda sosta, evidenziando brusche e repentine reazioni sovrasterzanti in svariate curve, ancor prima del necessario. Situazione che portato verso l’inevitabile rientro ai box.

Il capolavoro di Lewis

Ma è nel terzo segmento di gara che si è consumato il capolavoro, favorito da una buona dose di superbia altrui. Mentre al muretto della Mercedes si concedevano il lusso arrogante di lasciar azzuffare i propri piloti in pista, disperdendo decimi preziosi in inutili scaramucce intestine, Hamilton, una volta calzate le coperture Medie, ha iniziato a tessere la sua inesorabile tela.

“Silenziosamente”, giro dopo giro, ha quasi azzerato un abisso di circa venti secondi. E lo ha fatto accentuando maggiormente la mappatura del bilanciamento freni, mascherando i limiti fisici della SF-26 col solo peso specifico della propria classe infinita. Poi, al giro quarantuno, è arrivata l’inattesa ma graditissima mano della Dea Bendata: la vettura di Fernando Alonso ammutolisce e la direzione dara chiama la Virtual Safety Car.

Lewis aveva appena tagliato il traguardo, attende una tornata e incassa il provvidenziale pedaggio dimezzato della sosta in corsia box: dodici secondi spesi, contro i canonici ventidue. È il colpo di grazia tattico che gli consegna definitivamente la testa della corsa. Da lì in poi, si registra solo una glaciale e quasi irriverente richiesta via radio sui tempi da tenere.

Un preludio a un’esibizione solitaria, un monologo spietato che infligge diciannove secondi di distacco al resto del gruppo al momento del ritiro di Antonelli. Una prova di forza difficile da spiegare con i soli dati. Sì, perché sebbene la Rossa in versione Montmeló fosse senza dubbio una vettura parecchio valida, salutare tutti e imprimere quel ritmo forsennato era tutto tranne che credibile.

Il monito da seguire: uno step verso l’alto non è sufficiente per dominare

È dunque vera gloria per il team italiano? Risparmiamoci, di grazia, i trionfalismi facili e le bandiere al vento. Questa vittoria porta l’esclusiva firma in calce di Lewis Hamilton e si nutre voracemente della presunzione tattica degli strateghi di Brackley; una dinamica forse tollerabile oggi, ma che risulterebbe drammaticamente fatale se le sorti del campionato dovessero farsi serie.

Per questo, credere che la Ferrari sia repentinamente guarita da tutti i suoi atavici difetti e che d’ora in avanti possa dettare il passo su ogni tracciato è roba da ingenui sognatori. Nel Circus odierno la competitività è volubile, molto spesso legata a doppio filo alle bizze dell’asfalto e delle temperature. Per chiaro: il passo avanti a livello tecnico con gli aggiornamento è molto grande.

Tuttavia, erigere la SF-26 a benchmark assoluto della categoria sarebbe un errore. A Maranello faranno bene a chiudere svelti nel cassetto i facili entusiasmi e a rimettersi a sgobbare sul setup con rigore quasi monastico, gara dopo gara, limando ogni singola imperfezione. In caso contrario, questa splendida sbornia iberica sarà destinata a rimanere soltanto una bellissima, ma tragicamente effimera, illusione di inizio estate.

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