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Emilia, gli ultimi sopravvissuti nelle baracche del sisma: “Noi, soli e senz’acqua”

Ago 28, 2016

BOLOGNA – Il sabato del villaggio nei container somiglia a un incubo per quelle famiglie di Mirandola, in tutto una decina, che a quattro anni dal sisma del 2012 ancora vivono lì. Alcuni aspettano di trovare casa, altri che i cantieri del loro ex appartamento finiscano. I più sfortunati un lavoro non ce l’hanno: senza una mano da parte del Comune da qui non uscirebbero mai. Gli ultimi sfollati sono quasi tutti stranieri: nigeriani, indiani, marocchini, venuti nella via Emilia senza lavoro e adesso “imprigionati” nell’afa agostana dei loro container.

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Vite stravolte. Il caldo è insopportabile, l’aria condizionata spesso spenta: le bollette della luce hanno costi per loro insostenibili. Ora che lo smontaggio delle baraccopoli è iniziato, restituendo una casa a centinaia di famiglie, l’unico segno di vita nel campo di via Mazzone, alle porte di Mirandola, sono i giochi dei bambini e i panni appesi ad asciugare. Chi è rimasto, almeno a sentir lui, non se la passa bene: “Da quando gli operai hanno cominciato a smontare i container siamo invasi dai topi”, racconta Elhammar, una donna marocchina che prima faceva l’operaia in un’industria modenese e oggi accudisce la seconda figlia di due mesi. La sua vita, spiega la donna col capo avvolto nello hijab, è stravolta da quel maggio 2012: “Siamo in questo campo dall’inizio e aspettiamo che sistemino la nostra casa di Mirandola. Ogni volta la fine dei cantieri viene rimandata, ora parlano di ottobre. Qui si vive malissimo. Quando ho visto l’altro giorno le immagini del terremoto ho pregato che non tornasse anche qui. Basta uno nella vita”.

Emilia, gli ultimi sopravvissuti nelle baracche del sisma: "Noi, soli e senz'acqua"

L’orologio di Finale Emilia, una delle foto-simbolo del terremoto del 2012

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“Ringrazio Dio di essere vivo”. Il vicino spiega che un po’ di tempo fa i tecnici sono venuti a smontare le panchine nel giardino, adesso incolto. “Ma noi non siamo animali”, si sfoga il meccanico Abdelmajid che, nonostante un lavoro fisso, per la sua famiglia non è mai riuscito a trovare un appartamento in affitto: “Ho dei bimbi piccoli, ma il Comune non mi ha dato una mano. Forse nelle prossime settimane riusciremo a tornare nella nostra vecchia casa. In questi anni avremmo potuto pagare un affitto, ma neanche le agenzie immobiliari sono riuscite ad aiutarmi. Intanto qui spendo di corrente elettrica 400 euro al mese”. L’indirizzo di Singh, operaio indiano di 42 anni, è nella “casa” C1 (così sono numerate). Dopo quattro anni sta per dirle addio e tornare con moglie e quattro figli in un appartamento “vero”: “Andremo in una casa comunale con un affitto basso e di questo ringrazio il sindaco. Sono stati anni duri ma ce l’abbiamo fatta”. Quando cita il sisma di Amatrice lo fa con gli occhi lucidi: “Ringrazio Dio di essere vivo, noi a Mirandola abitavamo al quinto piano. Quando ho visto in tv i cadaveri di questo terremoto è stato uno shock”. Il dolore non gli impedisce di dare una mano ai “nuovi” sfollati dell’Italia centrale: “Non abbiamo molti soldi ma vogliamo partecipare agli aiuti. Quando ci fu il terremoto qui, gli italiani con noi furono generosi”.

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L’inaugurazione di un condominio per 24 famiglia sfollate, avvenuta ieri a Reggiolo

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Ricostruzione, luci e ombre. La ricostruzione, intanto, procede. Ieri a Reggiolo 24 famiglie sono tornate dopo quattro anni nelle loro abitazioni (ricostruite con 3 milioni di euro di fondi regionali). È stata l’assessora regionale Palma Costi a inaugurare il condominio restituendo, assieme al sindaco di Reggio Luca Vecchi, le “chiavi di casa” a oltre 70 persone. Anche il sindaco di Mirandola, Maino Benatti, si dice orgoglioso del lavoro fatto fin qui: “Il bilancio è positivo, dopo quattro anni abbiamo assegnato l’80% dei contributi per la ricostruzione degli alloggi privati. In tutto abbiamo ricevuto 290 milioni e la metà dei cantieri sono chiusi”. Le zone d’ombra però restano: “Nei moduli abitativi sono rimaste una decina di famiglie, seguite dai servizi sociali, ma hanno già tutte percorsi di rientro in case vere. I problemi quotidiani non mancano, soprattutto adesso che i campi sono quasi vuoti, ma dopo una segnalazione interveniamo subito. Se stiamo accelerando con lo smontaggio è per assicurare una maggiore vivibilità a chi è rimasto lì”. Gli fa eco il primo cittadino di Crevalcore, Claudio Broglia, che guida uno dei Comuni più colpiti nel 2012: “A parte poche eccezioni, nella zona del “cratere” non ci sono più container o emergenze. E questo è un motivo di soddisfazione per tutti noi, anche se la ricostruzione non è finita”.

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“Sono qui da 4 anni. Non so come”. L’altra baraccopoli mirandolese, in via Giolitti, accanto al nuovo municipio, ormai ha pochi ospiti. Quasi tutti sono andati via, ma qualcuno s’incontra. La nigeriana Helen vive da sola, fa la babysitter ma con le scuole chiuse nessuno la chiama: “Il Comune dice che la mia casa l’aggiusteranno l’anno prossimo. Questo container

è piccolissimo”, dice, quasi senza potersi muovere tra le bacinelle appoggiate a terra. “Mi servono per l’acqua, sono quattro mesi che viene giù dal rubinetto a tratti e devo conservarla. Ora non posso neanche cucinare perché non ho i soldi per pagare l’Enel e i fornelli elettrici consumano troppo”. Indica la tv: “Quando ho rivisto il terremoto mi è tornato in mente che vivo qui da quattro anni. Non so come ci sono riuscita”.

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