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Coronavirus, anche i medici-eroi hanno bisogno del pronto soccorso

Apr 13, 2020

psicologia d’emergenza

Medici, infermieri, addetti alle pulizie vivono una situazione di sovraccarico totalmente nuova e difficile da gestire. E possono avere bisogno di un supporto. Ecco le loro storie dalla voce di chi li ascolta

di Dario Ceccarelli

13 aprile 2020


Coronavirus, “Noi medici precari in prima linea per senso del dovere”

5′ di lettura

Spinti dall’onda emotiva, loro malgrado, li abbiamo chiamati angeli ed eroi. Ma non è facile fare gli angeli h24. Ogni tanto anche loro hanno bisogno di chiudere le ali. E di scendere a terra. E anche gli eroi, per quanto combattivi e apparentemente instancabili, sentono la necessità di tornare a una vita normale: senza camici, mascherine e turni massacranti. Anche loro, a casa.

Loro, i nostri cari angeli, in questi tempi cosi disorientanti, sono i medici, gli infermieri e tutto il personale sanitario che lavora sotto pressione negli ospedali e nei pronti soccorsi. Loro sono anche gli addetti alle pulizie, figure socialmente meno “riconosciute”, ma ugualmente preziose perchè ogni giorno fanno quel lavoro sporco tanto utile quanto necessario di cui ci accorgiamo, però, solo quando non viene fatto: quello di garantire sicurezza e sanità a un ambiente dove la pulizia adesso è tutto.

«Queste persone non sono di ferro. Anche loro vivono una situazione di sovraccarico totalmente nuova e difficile da gestire», spiega Carlotta Ghironi, 35 anni, psicoterapeuta di Vidas, l’associazione di volontariato che, normalmente, offre assistenza sanitaria ai malati con patologie inguaribili. Ma poiché questi sono tempi molto speciali, anche le psicologhe di Vidas si sono “riconvertite “ in un gruppo di supporto per fornire ascolto (dal lunedi al sabato dalle 9 alle 19, numero 3340948447) a chi, in questi giorni, è nell’occhio del ciclone.

«Siamo un team di 6 persone – prosegue Ghironi – che per sei giorni alla settimana risponde alle telefonate di quanti hanno bisogno di aiuto. Io mi occupo in particolare del personale sanitario, altre colleghe rispondono alle persone che hanno subìto un lutto. All’inizio non si staccava neanche di notte. Ma poi, con più di cento telefonate al giorno, abbiamo dovuto ridurre il carico. Anche per noi, è un nuovo modo di lavorare. Si dice sempre che nulla sarà più come prima. Ecco, questa volta non è una frase fatta, ma è la realtà. Ce ne accorgiamo dalle telefonate che riceviamo. In altre emergenze si veniva colpiti su un fronte solo. Adesso invece tutto si intreccia: il lavoro e la vita privata. La paura bussa anche a casa tua. E questo intreccio è disorientante, molto pesante da reggere da soli. In particolare lo avvertono medici e infermieri sotto pressione in modo permanente».

Cosa raccontano? Quali sono le loro maggiori difficoltà?

«Prima di tutto sentono il bisogno di parlare con qualcuno che abbassi la tensione, il forte carico psicologico. Sono stanchi, molto stanchi. E anche disorientati, irritati e frustrati. Soprattutto frustrati perchè, nonostante si prodighino, con tutte queste precauzioni, temono di non riuscire a far sentire ai malati quanto si spendono per loro. Hanno un grande bisogno di sfogarsi: le loro vite sono stravolte. Hanno un grande senso di responsabilità, ma non sempre possono reggere il carico emotivo».

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