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ACI: il bollo è mio e lo riscuoto io

Dic 19, 2016
ACI: il bollo è mio e lo riscuoto io

Ci risiamo. L’ACI non vuol perdere i vantaggi che ha sempre ricavato dal pagamento del “bollo di circolazione”. Quella era infatti la dizione originale di ciò che oggi si chiama “tassa di possesso”. Una volta si pagava solo se circolavi. Ma ha cambiato nome proprio in virtù di un blitz (governo e parlamentari compiacenti) che – agli inizi degli anni Ottanta – decisero che il bollo si doveva pagare, non già per circolare, ma per il semplice fatto di comparire nei pubblici registri. Scritto così, in minuscolo, come se i pubblici registri dedicati alle auto fossero tanti. E invece il pubblico registro era uno solo, il PRA, pubblico registro automobilistico, che infiniti lutti portò al mondo motorizzato.

Ideato da Valletta (Fiat) nel 1927 e affidato da Mussolini all’ACI traeva i suoi sostentamenti dalla riscossione del bollo e dalle pratiche automobilistiche, che in Italia hanno sempre avuto un costo esagerato, rispetto a quanto (non) si paga all’estero. E conseguenze altrettanto funeste. Superfluo è infatti ricordare le persecuzioni storiche che colpirono per anni automobilisti non più in possesso della loro quattroruote. Caliamo un velo pietoso.

Fino ad allora il bollo era fonte di molto denaro nelle casse dell’ACI, addirittura si poteva pagare solo agli sportelli ACI, previa coda infinita nei giorni di scadenza. Code ben impresse nella memoria di chi le ha vissute.

Oltre ai congrui introiti dovuti per legge, grazie al servizio di esattoria, l’ACI poteva contare su lauti guadagni per effetto della sapiente lentezza con la quale effettuava le rimesse allo Stato. Non dimentichiamo che a quei tempi la svalutazione marciava a due cifre. Arrivò perfino al 18% l’anno.

Poi venne il federalismo, il ministro Visco e la pezza messa agli errori delPRA. Così la tassa di possesso, diventata una delle tasse più aborrite dalla gente, venne destinata alle Regioni, quasi come un regalo. Ma si portava appresso il contenzioso da sfangare. Le Regioni più preparate assegnarono la riscossione e il controllo dei pagamenti ai loro servizi informatici o a banche adeguate. Ma piano piano l’Aci tornò a presentarsi come esattoria. E diverse Regioni accettarono il servizio. Remunerato adeguatamente.

Temiamo invece che, insistendo nel frugare nelle tasse degli automobilisti, ACI finisca per perdere ancor più soci di quanto non abbia fatto finora. La soluzione? Semplice: se il servizio di riscossione costa troppo e l’ACI non ci guadagna abbastanza, che ci rinunzi. Non glielo impone nessuno. Ci sono tante banche pronte a farlo gratis

Ma i tempi sono cambiati. Anche l’ACI è cambiato, in meglio, ma non ha perso il vizietto di frugare nelle tasche degli automobilisti. Oggi si paga tutto col bancomat, senza alcun aggravio. Tutti gli esercenti devono, per legge, accettare il pagamento elettronico anche per importi molto bassi. Appare quindi quantomeno stonato che per pagare una delle tasse più indigeste (in Francia la tassa di circolazione è stata abolita da tempo) si debba anche pagare qualcuno – l’ACI – per riscuotere. Così l’Autorità garante per la concorrenza del mercato (l’AGCM) ha deciso il 14 dicembre scorso che la tassa di possesso può essere pagata all’ACI mediante carta di credito o bancomat senza alcun costo aggiuntivo. L’ACI però si ribella – è un suo diritto – e chiede di sospendere il provvedimento. Anzi dichiara perentoriamente che “darà esecuzione alla decisione dell’AGCM soltanto ove non dovesse intervenire una misura di sospensione cautelare della predetta decisione”.

Temiamo invece che, insistendo nel frugare nelle tasse degli automobilisti, finisca per perdere ancor più soci di quanto non abbia fatto finora. La soluzione? Semplice: se il servizio di riscossione costa troppo e l’ACI non ci guadagna abbastanza, che ci rinunzi. Non glielo impone nessuno. Ci sono tante banche pronte a farlo gratis.

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