Le strategie alternative della Ferrari al Gran Premio d’Olanda erano limitate dal tracciato stesso. Il fatto è che potevano pure funzionare meglio se l’esecuzione non avesse dimenticato un fattore chiave sulla gara di Lewis. Una mancanza che non ha permesso di ottimizzare lo scenario che, con audacia e la giusta dose di fortuna, l’inglese era stato in grado di costruirsi.
La costruzione tattica della Rossa
Senza la provvidenziale pioggia a bagnare le ostiche dune di Zandvoort, il Cavallino Rampante si è ritrovato le zampe maledettamente legate. In questo budello olandese, l’arte del sorpasso esige un dazio: 1,5s di margine al giro. Un abisso cronometrico che la Rossa, pur scervellandosi in sofisticazioni tattici, non è riuscito a partorire. Al pronti-via, Maranello azzarda la Soft.
Scelta spavalda per recuperare posizioni allo spegnersi dei semafori, ma che castra la duttilità strategica. Ragione? La mescola cerchiata di rosso ha fiato ben più corto della più pragmatica Medium. Scelta figlia di un dogma ineludibile: farsi trovare in contropiede dalle neutralizzazioni (Safety o Virtual) è peccato mortale in Olanda. Anticipare la sosta equivale a darsi la zappa sui piedi.
Dopo la bandiera rossa, Ferrari reitera l’azzardo della Soft per azzannare il terreno, conscia che l’australiano Piastri, dall’altra barricata, calzava le Hard per una maratona di durata. Di lì a poco, il britannico Russell va in crisi di nervi e di gomma: la sua Mercedes soffre di sottosterzo. Il monegasco Leclerc fiuta la preda, ma il delta di prestazione non basta per l’infilzata.
La dea bendata sorride quando Russell rientra ai box, consegnando ai ferraristi un’opportunità: l’aria pulita. A quel punto il muretto decide: estendere il run per incamerare race time. La strategia è senza dubbio palese: produrre un differenziale di usura da sfruttare nell’ultima parte di gara, evitando di annegare nelle turbolenze e soffrire uno scivolamento al retrotreno che porta degrado.
Quando Charles Leclerc si ferma per montare le Medium ecco il dubbio: pretendere che le mescole reggano sino al traguardo. Un azzardo, che può condannare a una penalizzante seconda sosta, a meno che non intervenga una Safety Car o Virtual Safety Car. Il bivio tattico è duro: spingere alla morte per fare un altro pit stop, o immolarsi in una gestione termica sino alla bandiera a scacchi?
Ferrari: quell’ordine di scuderia necessario
Il dilemma è risolto da Antonelli al giro 41, rientrando per le Hard, subito scimmiottato da Russell. Una marcatura a uomo che polverizza la tela tattica faticosamente tessuta dai ferraristi. Nel mentre Lewis Hamilton cavalca in beata solitudine. Svanito il sottosterzo, detta i tempi curando le gomme come reliquie. Intuisce l’urgenza di estendere, sperando nella mano dal cieli.
E quando al giro 26 rientra, si allinea ai primi della corsa montando le Hard. Di li poco arriva il colpo di scena che cambia le cose: si innesca la provvidenziale Virtual Safety Car. Lewis ci si fionda come un falco e riesce a dimezzare il dazio cronometrico del pit-stop. L’intento è bellicoso: costruire un abissale vantaggio di gomma sui battistrada che verrà utile negli ultimi giri.
Peccato che Ferrari non abbia saputo gestire un fatto: quando Lewis ha scelto di estendere la strategia, a un certo punto si è trovato negli scarichi di Charles, più lento con gomme attempate, che gli ha rubato tempo prezioso. Tre giri passati dietro al monegasco che di fatto costano secondi preziosi e che, se risparmiati, gli avrebbero portato il podio. Punto.
Al calar del sipario, a Lewis è mancato il guizzo per l’affondo sull’ex compagno di squadra e i freddi numeri sentenziano: il ferrarista sgranocchiava un secondo netto al giro su Russell, un tesoretto superbo per braccare l’avversario, ma acerbo per passarlo. Un amaro calice per Lewis, che poteva evitare di bere, appunto, se il muretto gli avesse concesso il sorpasso tattico sul compagno.