• 7 Aprile 2026 17:09

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Caro carburanti, perché il diesel aumenta più della benzina?

Apr 7, 2026

Fermarsi oggi davanti a un totem luminoso di una stazione di servizio è diventato un esercizio di stupore e, talvolta, di rassegnazione. Per decenni, l’automobilista italiano ha guardato al gasolio come alla scelta del risparmio, il carburante pragmatico che permetteva di macinare chilometri con un occhio attento al portafogli. Quel tempo, però, sembra svanito come i fumi di uno scarico d’epoca. Oggi, le cifre proiettate sui display raccontano una realtà capovolta: il gasolio ha staccato la benzina, posizionandosi su soglie che gravano pesantemente su chiunque possieda un veicolo diesel. Questo rincaro non è un semplice capriccio del mercato, ma il frutto di una complessa trama dove la fisionomia fiscale si intreccia con la geopolitica e la transizione ecologica.

Il riallineamento fiscale: il primo scossone

Molti puntano il dito esclusivamente verso le fiamme dei conflitti internazionali, ma la realtà è che il diesel aveva già iniziato la sua corsa solitaria prima ancora che le tensioni in Medio Oriente si inasprissero. Il punto di svolta è stata l’ultima Legge di Bilancio. La Manovra varata lo scorso dicembre ha infatti ridisegnato il volto delle tasse sui carburanti, prevedendo un riallineamento delle accise tra benzina e gasolio.

In termini pratici, lo Stato ha deciso di abbassare la tassa sulla benzina di 4,05 centesimi al litro, aumentando però della stessa identica cifra quella sul diesel. L’effetto è stato un terremoto istantaneo: già nei primi giorni di gennaio, il costo del gasolio aveva superato quello della benzina, sancendo la fine di un’era.

La fine di un privilegio storico

Per anni, l’accisa sul diesel è stata mantenuta artificialmente più bassa per un motivo preciso: proteggere il centro nevralgico dell’economia nazionale, ovvero il settore del trasporto merci e della logistica. Era un modo per non zavorrare una filiera chiave per l’industria italiana.

Tuttavia, col passare del tempo, quella che era nata come una misura di sostegno è stata reinterpretata come un sussidio dannoso. In un’epoca dominata dalla sensibilità alla crisi climatica, il gasolio non è più apparso in linea con gli obiettivi verdi, portando così alla decisione politica di eliminare lo “sconto” storico.

La “tassa verde” e i costi di raffinazione

A pesare ulteriormente sul portafogli è intervenuta la normativa europea. Dall’inizio del 2026, in tutti i Paesi dell’Ue sono scattati aumenti sulla quota obbligatoria di biocarburanti da miscelare ai combustibili fossili per ridurne l’impatto ambientale. Si tratta di un rincaro di circa 2 centesimi al litro. Sebbene questa misura colpisca indistintamente sia il diesel che la benzina, sul gasolio l’impatto finale è stato più doloroso, andando a sommarsi a un’accisa già sensibilmente più alta.

Non si può poi ignorare il fattore chimico e geopolitico. Il gasolio nasce da un processo di distillazione frazionata del petrolio greggio. Con la guerra in corso in Iran, l’instabilità del mercato del greggio si ripercuote direttamente sul prodotto finito. Se aumenta il costo della materia prima alla fonte, il gasolio è il primo a risentirne, poiché la sua produzione è strettamente legata alla disponibilità e al costo del petrolio.

Un carburante che non può fermarsi

Il dramma dei prezzi è accentuato da un paradosso: il diesel è il carburante che muove il mondo. È essenziale per i camion, le industrie, l’agricoltura e la pesca. Per anni il suo acquisto è stato incentivato, creando una domanda quotidiana altissima che non accenna a diminuire. In momenti di scarsità di approvvigionamento, a una domanda così rigida corrisponde inevitabilmente un’impennata violenta dei prezzi.

Le conseguenze sono sistemiche. I maggiori costi sostenuti da logistica e agricoltura vengono spesso scaricati sul consumatore finale, innescando una spirale di rincari che finisce per colpire il prezzo dei beni sugli scaffali, pesando sulle tasche di tutti i cittadini.

Le contromisure dei governi

Per tentare di frenare questa deriva, alcuni Paesi sono corsi ai ripari con aiuti mirati. Il governo italiano, nell’ultimo decreto carburanti, ha inserito un credito d’imposta del 20% sui costi del diesel agricolo, estendendo un provvedimento che era inizialmente riservato solo alla pesca.

All’estero, l’esempio della Lituania è emblematico: il governo ha approvato una riduzione dell’aliquota sul gasolio valida fino al 15 giugno, portandola da 500 a 450 euro per 1.000 litri di diesel convenzionale.

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