Un dispositivo diventato obbligatorio anche in Italia da meno di un mese, ora inizia a mostrare delle allarmanti falle di sicurezza. Un attacco hacker ha colpito migliaia di auto che, attraverso l’alcolock, hanno bloccato l’auto rendendola di fatto impossibile l’utilizzo. È successo in America, dove l’alcolock sono una realtà da tempo, riaccendendo il dibattito sulla sicurezza dei sistemi connessi nelle autovetture, sempre più alla mercé di possibili attacchi informatici.
Cos’è successo in America
Il problema è partito dal 14 marzo, giorno in cui la società Intoxalock, uno dei principali fornitori di dispositivi alcolock negli Stati Uniti, ha subito un accatto hacker che ha bloccato i server dell’azienda e, con essi anche le automobili di migliaia di americani. Il problema non è infatti partito dalle auto, ma dall’infrastruttura digitale che gestisce e raccoglie i dati dei sistemi.
Gli alcolock funzionano tramite una connessione continua con i server per accertare il risultato del test e la taratura del dispositivo. Se questa viene meno, il sistema – per ragioni di sicurezza – blocca automaticamente l’avviamento dell’auto. Questo ha portato migliaia di automobilisti impossibilitati a utilizzare il proprio veicolo per giorni. Il disservizio è durato fino al 22 marzo, creando disagi evidenti nella vita quotidiana di chi si affida all’auto per lavorare o spostarsi.
Un episodio che, al di là del danno immediato, mette in luce un tema sempre più attuale: quanto sono davvero sicuri i sistemi digitali integrati nelle auto moderne?
Nessun problema in Italia
Guardando all’Italia, la situazione appare diversa, almeno per ora. L’azienda coinvolta nell’attacco, Intoxalock, non opera nel nostro Paese. Qui i dispositivi omologati sono altri, tra cui il Breatech Alcolock B1000 e lo Zaldy Alcolock V3, che seguono una logica leggermente differente rispetto ai sistemi americani.
Uno degli aspetti più rilevanti riguarda la gestione dei controlli: in Italia, la taratura e la verifica dei dispositivi vengono effettuate da laboratori indipendenti, e non direttamente dalle aziende produttrici. Questo riduce la dipendenza da infrastrutture centralizzate e rende più difficile un attacco su larga scala come quello avvenuto negli Stati Uniti.
In altre parole, anche se il rischio zero non esiste, il sistema italiano dovrebbe essere meno esposto a blocchi simultanei causati da attacchi informatici.
La cibersecurity nell’automotive
Il caso americano arriva in un momento particolarmente delicato. Le auto stanno diventando sempre più connesse, integrate in ecosistemi digitali complessi che coinvolgono cloud, aggiornamenti over-the-air e servizi remoti. Se da un lato questo porta vantaggi evidenti in termini di sicurezza e funzionalità, dall’altro apre la porta a nuove vulnerabilità. Non è un caso che, negli ultimi anni, il tema della cybersecurity nel settore automotive sia diventato centrale anche per i costruttori.
L’episodio degli alcolock dimostra che non serve colpire direttamente un’auto per metterla fuori uso: basta intervenire sull’infrastruttura che la gestisce. E mentre in Italia si muovono i primi passi verso l’adozione su larga scala di questi dispositivi, quanto accaduto negli USA rappresenta un campanello d’allarme. Non tanto per fermare l’innovazione, quanto per accompagnarla con sistemi sempre più sicuri e resilienti. Perché, alla fine, la tecnologia deve essere un alleato della sicurezza. Non un ostacolo.