Il mercato automobilistico europeo ha inaugurato il 2026 non con un ruggente rombo di motori, ma con un silenzio carico di incertezze. Le immatricolazioni complessive nell’area che comprende Ue, Regno Unito ed EFTA hanno registrato un calo del 3,5% rispetto allo scorso anno, fermandosi a 961.382 unità. In questo scenario di contrazione generale, emerge un paradosso che sta riscrivendo le gerarchie della mobilità: Tesla, l’antico pioniere dell’elettrico, appare oggi come un gigante in affanno, segnando una decrescita pesante, mentre il colosso cinese BYD accelera senza sosta in una scalata che sembra inarrestabile.
La creatura di Musk in affanno
Per la Casa di Palo Alto, i dati condivisi da ACEA sono “spaventosi”. Le immatricolazioni di Tesla nel Vecchio Continente sono crollate del 17,0%, con appena 8.075 esemplari consegnati, portando la sua quota di mercato a un misero 0,8%. Si tratta del tredicesimo mese consecutivo con il segno negativo. La crisi non è solo europea: negli Stati Uniti il marchio rappresenta a malapena lo 0,8% del market share.
A gravare sul destino dell’azienda pesano fattori strutturali e d’immagine: la commercializzazione di Model S e Model X è stata interrotta senza l’introduzione di nuove generazioni e lo stabilimento tedesco di Berlino, un tempo fiore all’occhiello, è finito al centro di polemiche per un presunto ambiente di lavoro tossico. Non un grande biglietto da visite per riparare i cocci del mercato.
L’ascesa di BYD
Al polo opposto, rispetto all’azienda californiana, troviamo BYD. Grazie a una sapiente combinazione di veicoli completamente elettrici e modelli ibridi, il marchio cinese ha fatto segnare in Europa una crescita strabiliante del 175% (165% se si include l’area EFTA e il Regno Unito). Con 18.242 auto vendute, la sua quota di mercato è salita all’1,9%, più del doppio di quella di Tesla. BYD non nasconde le proprie ambizioni globali: l’obiettivo è proiettarsi più in alto possibile.
Il resto del panorama automobilistico offre un mosaico di contrasti. Il Gruppo Volkswagen, pur rimanendo leader con oltre 256.000 unità, ha ceduto il 3,8%; se il brand di Wolfsburg ha perso l’11,2%, la cugina Skoda è cresciuta (+10,1%). Buono il resoconto di Mini (+11,2%) che presto avrà una versione dedicata al Monte Carlo 1965 per sua Cooper S. Stellantis, al contrario, è cresciuta complessivamente del 6,7%, trascinata dagli exploit di Fiat (+24,6%), Lancia/Chrysler (+22,0%), Citroën (+14,0%) e Opel/Vauxhall (+12,7%), nonostante le flessioni di Peugeot (-2,9%), Jeep (-4,9%) e Alfa Romeo (-10,8%).
Note dolenti arrivano dal Gruppo Renault, sceso del 15,0% a causa del non ottimale -35% di Dacia, che ha vanificato la crescita del marchio Renault (+4,4%) e l’ottima performance di Alpine (+65,2%). Sulle difensive anche il Gruppo Hyundai (-12,5%), Toyota (-11,8%), Ford (-13,1%) e Nissan (-17,8%). Persino il settore premium ha sofferto, con Lexus a -28,5%. Male anche Mitsubishi a -35,1%.
La transizione va avanti
Nonostante le difficoltà dei singoli marchi, la transizione energetica prosegue: le auto a batteria sono cresciute del 13,9%, arrivando a rappresentare il 19,3% del mercato UE. Le ibride plug-in sono balzate del 32,2%, mentre i motori a benzina (-25,7%) e diesel (-22,0%) continuano la loro picchiata.
Geograficamente, mentre Francia e Germania hanno visto calare le vendite totali del 6,6%, le loro immatricolazioni di EV sono balzate rispettivamente del 52,1% e 23,8%. La Norvegia, infine, ha subito un crollo drammatico del 76,3% nel mercato complessivo, diretta conseguenza della fine degli incentivi governativi.