Telecom Italia sembra davvero accerchiata. Da una parte un concorrente ostico come Open Fiber che erode il valore del suo asset ogni volta che posa nuovi chilometri di fibra, dall’altra il fondo Elliott che con il suo 5% delle azioni ha gettato il guanto di sfida a Vivendi.

Mai si era assistito a una guerra così cruenta e soprattutto caratterizzata da una tempistica così serrata. Come ha spiegato l’AD di Open Fiber, Elisabetta Ripa, ad Affari & Finanza, il 2017 si è chiuso con 2,45 milioni di unità abitative cablate in FTTH, di cui 1,1 milioni portate in dote da Metroweb. Anche solo mantenendo il ritmo, nel 2018 sarà sfondata quota 3,5 milioni e le città raggiunte dovrebbero essere 94. E questo è il computo solo del progetto privato, perché quello pubblico che sta lentamente partendo in tutta la penisola non è ancora quantificabile.

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Con una rete in fibra FTTH che progressivamente si estende per km, è evidente che il valore economico di quella di Telecom Italia tenda a ridursi. Se fino a poco tempo fa l’infrastruttura dell’ex-monopolista veniva stimata in poco meno di 13/15 miliardi, adesso con il progetto di societarizzazione (e asset di rete dalle centrali ai cabinet o abitazioni) gli addetti ai lavori parlano di una soglia di 9/11 miliardi di euro.

Il problema, come se non bastasse, è che il fondo Elliot del finanziere statunitense Paul Singer recentemente ha rastrellato circa il 5% delle azioni Telecom Italia con l’intenzione di cambiare la strategia del Gruppo. E stando a quanto riporta Il Sole 24 Ore favorire la fusione della NewCo con Open Fiber.

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Per ora l’AD Ripa – e fondamentalmente ENEL che detiene il 50% di Open Fiber – ha ribadito che il concetto di società unica della rete “non ci appassiona”. “Noi abbiamo un mandato e lo stiamo portando avanti con determinazione”, ha spiegato la dirigente. “Anche perché al paese l’infrastruttura in fibra e la banda ultra larga servono già oggi e OF è l’unica società che la sta veramente posando. Stiamo raggiungendo la velocità di crociera”.

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Insomma, quello che può definirsi un modello wholesale (puro) della fibra a suo parere è vincente, e si sta replicando non a caso anche in Gran Bretagna (City Fiber), Irlanda (Siro), Svezia (Stokab) e Arabia Saudita.

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A questo punto quali scenari si prefigurano? Quello in atto è la creazione di una NewCo di proprietà TIM senza partecipazioni esterne che dovrebbe servire tutti i provider senza discriminazioni. Una scatola con la rete in pancia, ma senza le dorsali. Quindi di fatto una realtà che dovrebbe produrre un po’ più di margini grazie alle briglie più sciolte lasciate dall’AGCOM sulle tariffe all’ingrosso. La seconda possibilità è che nel tempo si apra a investitori esterni e magari al mercato. Il candidato “di elezione” sarebbe Cassa Depositi e Prestiti, ma senza un Governo accondiscendente sarebbe impossibile da realizzare. Per altro le varie forze politiche hanno già espresso pareri diversi, soprattutto sulla stima del valore degli asset di TIM.

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Infine c’è la ventilata fusione con Open Fiber che sarebbe condizionata da ulteriori variabili. La prima è che ENEL non è d’accordo, la seconda è che c’è di mezzo nuovamente CDP (detentrice del 50% di Open Fiber), la terza è che un’unica società nazionale agirebbe in regime di monopolio con tutte le conseguenze del caso. Come ad esempio tariffe regolamentate, break even da inventare, rapporti con le banche da ridiscutere. Un mal di pancia, per Open Fiber, insomma.

E quindi? Difficile prevedere, se non dividendo il problema in singoli tasselli. Un passo alla volta. A patto di ricordare sempre che sebbene la rete TIM sia ricca di vetusto rame è pur sempre quella in fibra più estesa e capillare d’Italia – sebbene raggiunga il 70% degli armadi e non gli appartamenti.